Protagonisti/Helmut Kohl, il gigante della riunificazione


Il ritratto. Quel «gigante nero» che ridisegnò la geografia

Avvenire  -   Luigi Geninazzi sabato 17 giugno 2017

E' l’uomo che ha forzato il destino, diventando il cancelliere della riunificazione tedesca ma anche il paladino dell’Europa unita e il fautore della moneta unica. Helmut Kohl ha cambiato la geografia politica del vecchio Continente, un fatto che tutti gli riconoscono e alcuni gli rimproverano, come se fosse lui all’origine dei nostri guai. Non si devono però confondere le responsabilità dei leader attuali con le scelte compiute da Kohl, lo statista europeo di maggior spicco dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Anch’egli, come tutti i politici di allora, non aveva previsto la caduta del Muro e gli sconvolgimenti dell’89. Ma fu l’unico che seppe salire con prontezza sul treno della storia prendendone la guida. Fino a quel momento Helmut Kohl non godeva di grande considerazione. Goffo, impacciato, mediocre, erano questi gli aggettivi più benevoli nei confronti di colui che divenne cancelliere della Repubblica federale tedesca nell’ottobre del 1982 per un’improvvisa e inusuale crisi del governo guidato dal socialdemocratico Helmut Schmidt. Il “gigante nero”, definito così per sua la massiccia figura e per il colore scuro dei capelli, era un tipo bonario e gioviale, amante della buona cucina. Pacato e moderato in politica ma senza carisma, apparve allora come un tranquillo uomo d’apparato giunto al vertice del potere più per i fortuiti casi della vita che per meriti propri.

Nato nel 1930 a Ludwigshafen, nella Renania cattolica, era un bambino all’epoca del nazismo. “Die Gnade der Spatgeburt”, la grazia dell’essere nato tardi, l’ha definita parlando si sé e della sua generazione, libera da ogni senso di colpa per i crimini del regime hitleriano. Ma da ragazzo ha conosciuto l’orrore della guerra ed è a questa terribile esperienza che si rifarà più volte Kohl per sottolineare la necessità di costruire un’Europa unita. Cattolico, democristiano della prima ora e allievo del conterraneo Adenuaer, a 23 anni è dirigente regionale, a 29 anni deputato, e di gradino in gradino sale fino ad occupare la carica di presidente della Cdu, dimostrando grandi doti organizzative e raddoppiando gli iscritti al partito.

Quando, a 52 anni, diventa cancelliere, tutti pensano che quel personaggio grosso e provinciale il cui nome è già un invito al sarcasmo (Kohl vuol dire cavolo in tedesco) sarà una soluzione di passaggio. Rimarrà al potere sedici anni, secondo solo a Bismarck per longevità politica. Ha idee semplici e chiare che risulteranno vincenti. Prima di tutto la netta scelta di campo occidentale contro l’ambiguo neutralismo della sinistra. Quindi il rilancio del’asse franco-tedesco per chiudere un passato di conflitti (l’immagine di Kohl e Mitterrand mano nella mano a Verdun, per commemorare i caduti della Grande Guerra, resterà nei libri di storia). Infine l’aspirazione all’unità tedesca contro ogni tendenza a interpretare l’Ostpolitik inaugurata da Willy Brandt come un cedimento alla divisione in due della Germania.

Ma certo non s’aspettava il crollo del Muro. Lech Walesa racconta che, subito dopo l’ascesa di Solidarnosc al potere nell’agosto del 1989, ebbe un colloquio con Helmut Kohl. «Non illudiamoci, sarà alta l’erba sulle nostre tombe quando cadrà il Muro di Berlino», gli disse il cancelliere. Me lo ricordo la sera del 10 novembre 1989, il giorno dopo l’evento che mise fine alla Guerra fredda, sulla piazza del Rathaus di Berlino ovest, davanti ad una sterminata folla in festa. Era rientrato di corsa da Varsavia, dove si trovava in visita ufficiale, ma i berlinesi gli riservarono solo una bordata di fischi. Kohl non se l’ebbe a male, anzi fu proprio in quel momento che si rese conto della grande occasione che gli si parava davanti. Di lì a pochi giorni presenta un piano in dieci punti per riunificazione della due Germanie. I suoi consiglieri suggeriscono prudenza, ma Kohl preferisce dar retta al suo straordinario istinto politico. La svolta avviene il 19 dicembre dell’89 quando, per la prima volta, un cancelliere dell’Ovest si reca in Germania Est.

A Dresda migliaia di tedeschi orientali lo acclamano e lo invitano a far presto. Il cancelliere alza i pugni al cielo come un lottatore sul ring e proclama: «Non vi lasceremo soli! Dio benedica la nostra comune patria tedesca!». Einheit, Einheit, unità, unità, scandisce la folla. Da quel giorno il placido Kohl diventa un fiume in piena che nessuno riuscirà più a fermare. L’idea di una Germania unita suscita apprensioni e ostilità da Mosca a Washington, riappaiono i vecchi fantasmi dell’egemonia tedesca sull’Europa. Il presidente francese Mitterrand (che Kohl nelle sue Memorie accuserà di «doppiezza ») blandisce e frena, ma l’attacco più duro arriva da Thatcher. Al vertice straordinario dei capi di Stato e di governo della Cee che si svolge a Parigi dieci giorni dopo la caduta del Muro, Kohl incontra la resistenza della Lady di ferro che s’arrabbia e urla: «Nessuna riunificazione, sarebbe la fine degli equilibri internazionali!».

Ma il cancelliere aggira l’ostacolo puntando su un accordo con Mosca. Kohl e Gorbaciov si stimano e nutrono una fiducia reciproca. Si trovano una sera a Bonn, seduti su un muretto lungo il Reno come due vecchi amici. Fissano il fiume che scorre. «Possiamo costruire una barriera ma troverà un altro percorso per raggiungere il mare. È il simbolo della Storia », osserva il cancelliere. Il leader della Perestrojka annuisce. Nel marzo del 1990 i cittadini della Ddr possono finalmente andare ad elezioni libere e premiano il partito di De Maizière, legato alla Cdu occidentale. A luglio Kohl butta sul piatto 5 miliardi di marchi a favore della disastrata economia sovietica e strappa il sì di Gorbaciov alla riunificazione che il 3 ottobre dello stesso anno diventa realtà. Il Cancelliere «mediocre » è diventato il padre della nuova Germania, il Bismarck del Ventesimo secolo.

Dopo il trionfo viene il periodo più difficile. La ricostruzione della Ddr costa più del previsto, i tedeschi dell’Ovest mugugnano per l’introduzione della “tassa della solidarietà” mentre quelli dell’Est sono presi dall’Ostalgie, la nostalgia per un passato grigio ma senza scossoni. Ci vorranno parecchi anni per ridurre il divario tra Est ed Ovest del Paese ed alla fine la riunificazione si rivelerà un successo per tutti. Ma Kohl ha ormai perso l’aureola e nel 1998 perderà anche le elezioni. Il colpo più duro per l’ex cancelliere arriva nel 1999, con lo scandalo dei finanziamenti occulti alla Cdu. Kohl ammette d’aver ricevuto 2 milioni di marchi in nero per il partito ma si rifiuta di fare i nomi dei donatori. Travolto dalla bufera delle accuse è costretto a lasciare la presidenza onoraria della Cdu che gli volta le spalle.

E la prima a criticarlo aspramente è Angela Merkel, la sua “Maedchen”, come la chiamava affettuosamente Kohl, la ragazza dell’Est che ha fatto carriera all’ombra del gigante renano fino a diventare leader del partito. La vicenda dei fondi neri si chiuderà nel febbraio 2001 con una maximulta che evita all’ex cancelliere l’onta del processo. Pochi mesi dopo la moglie Hannelore, sua fedele compagna per 41 anni, si toglie la vita, ridotta alla cecità da una malattia nervosa. Kohl s’incammina sul viale del tramonto, nel 2008 viene colpito da un ictus, accudito dalla seconda moglie, Maike Richter, già sua segretaria. Interviene raramente ma con giudizi taglienti: contro il socialdemocratico Schroeder per aver violato i criteri di Maastricht, «una vergogna per la Germania».

E poi ancora contro Merkel per il suo «scarso europeismo». L’ultima apparizione pubblica del cancelliere della riunificazione è stata nel 2012, quando la Germania ha voluto rendergli omaggio nel trentesimo anniversario della sua ascesa al potere. Un triste monumento sulla sedia a rotelle: sofferente e operato più volte, parlava a fatica. I tedeschi gli devono la ritrovata unità, noi tutti gli dobbiamo la nuova Europa, anche se Kohl, il “gigante” realista e lungimirante, la sognava un po’ diversa dall’attuale.

 

HELMUT KOHL/ La pazienza di cambiare la storia . E' scomparso Helmut Kohl (1930-2017). Artefice della riunificazione tedesca, seppe ricostruire la permanenza della Germania nel contesto democratico.

Il Sussidiario  -  17 giugno 2017 -  Agostino Giovagnoli

HELMUT KOHL E' MORTO. Appena dieci giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Helmut Kohl presentò al Bundestag un piano in dieci punti per realizzare "strutture confederative" fra i due Stati tedeschi. Non era una svolta di poco conto per chi aveva affermato che la sua generazione non avrebbe visto la riunificazione tedesca. Kohl proseguì con sicurezza nei passi successivi. Diede vita in tempi brevissimi ad una Allianz für Deutschland che nelle prime elezioni libere in Germania Est, il 18 marzo 1990, ottenne un sorprendente successo. Riuscì ad imporre — lui che era di formazione storica e con limitate competenze economiche — un trattato fra i due Stati tedeschi che sanciva (contro il parere della Bundesbank) il cambio alla pari fra marchi orientali e occidentali. In luglio, una sua vacanza a Stavropol, la città di Michail Gorbaciov, propiziò la soluzione del contenzioso con l'Urss, che la Germania si impegnava ad aiutare abbondantemente sul piano economico, ottenendo anche che il paese riunito entrasse nella Nato. Nel settembre 1990, infine, riuscì a cancellare l'antica tutela alleata sulla Germania post-bellica, che riprese così la sua piena sovranità internazionale. 

Appaiono ancora oggi sorprendenti la rapidità e la determinazione con cui Kohl prese una decisione tanto difficile e impegnativa, malgrado opposizioni interne ed esterne di ogni tipo. Né prima né dopo, infatti, colui che è stato più a lungo cancelliere, escluso Bismarck, ha mostrato atteggiamenti simili, ricorrendo spesso ad una politica di tatticismi e dilazioni. Ma talvolta non sono gli uomini a cambiare le circostanze della storia, sono invece queste a far emergere nei primi qualità insospettate. Quando ciò accade, però, ci sono sempre motivi profondi, anche se non immediatamente evidenti. 

In realtà Kohl si era già mosso nella prospettiva dell'Ostpolitik realizzando nel 1987 il primo incontro tra il Cancelliere tedesco occidentale e il massimo leader politico della Germania orientale. Era dunque persuaso da tempo che i destini delle due Germanie fossero strettamente interdipendenti. Sapeva bene, inoltre, quanto fosse profonda per i tedeschi la ferita inferta dalla divisione, così da renderli pronti anche a grandi sacrifici per rimarginarla. 

Sono due elementi importanti per capire perché Kohl non sia arrivato impreparato all'appuntamento con la Storia. Ma ce ne fu sicuramente anche un terzo: la tradizione democratico-cristiana in cui ha militato fin da giovane. E' stata questa tradizione a suggerirgli le motivazioni di fondo della riunificazione e ad offrirgli, contemporaneamente, l'orizzonte in cui inserirla. Non è stata, infatti, l'ideologia nazionalista a ispirarla: all'inizio degli anni novanta tale ideologia faceva ancora molta paura, tanto più se coniugata al progetto di una "grande Germania". La riunificazione dei tedeschi è sembrata piuttosto, agli altri europei, un atto di giustizia e di riparazione, dopo una così prolungata sofferenza. 

Per impedire il risorgere di anacronistiche velleità di rivincita o di antichi progetti aggressivi era però necessaria anche una stabile permanenza tedesca in un contesto democratico ed occidentale. E, sotto questo profilo, è stato l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Nel gennaio 1984 era stato il primo capo di governo tedesco a parlare alla Knesset, il parlamento d'Israele e lo stesso anno aveva incontrato François Mitterrand a Verdun, luogo simbolo dell'odio franco-tedesco. Ha interpretato insomma il ruolo di leader della pacificazione storica, un passaggio obbligato per una Germania alla ricerca di legittimazione internazionale. Anche la sua sincera fede europeista ha costituito una premessa importante per convincere gli altri europei delle buone intenzioni tedesche. Kohl insomma è stato un grande della storia — come lo hanno definito due presidenti americani — non in quanto maieuta solitario di una nuova realtà, ma perché anch'egli figlio di una tradizione importante, che lo ha sorretto e orientato in quel passaggio difficile. 

Abbiamo riflettuto ancora poco sul nesso profondo tra unificazione europea e cultura politica democratico-cristiana, ma la figura di Kohl ci conferma che tale cultura politica, allergica ai "nazionalismi esagerati", per usare il linguaggio di Pio XI e di Pio XII, e favorevole alla cooperazione internazionale, ha avuto un peso rilevante nella costruzione dell'unità europea. Sembra confermarlo, a contrario, anche il declino della spinta europeistica, quando la generazione di Kohl è scivolata sullo sfondo.

 

 
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