MondoVero/Condanne a morte e carceri: primato alla Cina comunista


Asia News  -  13/04/2018

Amnesty International sulla pena di morte: la Cina è il primo ‘giustiziere’ al mondo

Manca trasparenza sulle “migliaia” di esecuzioni, soprattutto nello Xinjiang. Nessun dato ufficiale anche da Vietnam e Corea del Nord. Nel 2017 sono state certificate 993 condanne a morte. L’84% in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. La Mongolia abolisce la pena di morte per tutti i crimini. Continua la moratoria in Kazakhstan, Tajikistan e Russia.

Londra (AsiaNews) – “Amnesty International (Ai) crede che la Cina sia stata ancora una volta il primo Paese esecutore al mondo, mettendo in atto più condanne a morte di tutto il resto del mondo combinato”. È quanto si legge nel rapporto dell’Ong per i diritti umani sulle esecuzioni condotte a livello globale nel 2017. L’Asia resta il continente in cui è più facile essere giustiziati, seppur la cifra totale sia in calo: delle 993 condanne eseguite nel 2017 (1.032 nel 2016) di cui si ha documentazione, l’84% sono compiute in Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Iraq. E a queste si aggiungono “le migliaia” coperte da segreto di Stato, attuate da Cina, Vietnam e Corea del Nord.

Quanto alla Cina, Ai afferma di aver monitorato l’uso della condanna a morte attraverso i verdetti giudiziali caricati sul database online della Corte suprema del popolo (Spc), e rinnova “la sfida alle autorità cinesi ad essere trasparenti e rendere tutte le informazioni disponibili”. In particolare, l’Ong denuncia la “mancanza di trasparenza e potenziale sottostima dei casi di condanna a morte nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar)”, di cui non è riuscita a trovare informazioni né sul database Spc (in cui compare un singolo caso) o nei media. La mancanza di notizie è significativa dal momento che le autorità stanno portando avanti una “Guerra del popolo” e una campagna di “duri colpi” contro le minoranze etniche e musulmane della regione.

A riguardo delle esecuzioni di cui si hanno i dati, il primo Paese resta l’Iran, con il 51% del totale delle condanne certificate: quelle certe sono 507+ – il “+” indica che la cifra potrebbe essere superiore, ma non documentata – di cui 31 pubbliche e cinque imposte a persone che al tempo del reato erano minorenni.  Tuttavia, l’Ong riconosce due dati positivi: seppur alto, il numero delle condanne è sceso dell’11% (567 nel 2016) e Teheran ha di recente approvato un emendamento che riduce l’utilizzo della pena di morte per i casi di droga.

In Arabia Saudita nel 2017 sono state giustiziate 146 persone, il 5% in meno rispetto l’anno precedente (154 nel 2016). Il terzo Paese per numero di esecuzioni è l’Iraq, dove 125+ persone sono state giustiziate (un aumento del 42% rispetto agli 88+ del 2016), in particolare per crimini di terrorismo di cui erano accusati 65 dei condannati a morte. Tutte le esecuzioni sono state ordinate dalle autorità irachene e nessuna dal Kurdistan iracheno. Infine, un notevole calo si è registrato in Pakistan, dove il numero delle pene capitali è sceso a 60+, rispetto agli 87+ del 2016 e 326 del 2015.

Nel rapporto ha significativo rilievo l’utilizzo della pena capitale per i crimini connessi alla droga: oltre all’emendamento dell’Iran, Ai applaude anche la decisione della Malaysia di abolire la pena di morte obbligatoria per i reati di droga. Fra i Paesi criticati figura il Giappone, accusato di aver condotto quattro esecuzioni “in segreto”, senza avvisare il prigioniero, la sua famiglia e i suoi legali.

Dal punto di vista delle buone notizie, Ai applaude all’entrata in vigore del nuovo Codice penale della Mongolia – adottato nel dicembre del 2015 ed entrato in vigore il 1 luglio scorso – che abolisce la pena di morte per tutti i crimini. Il rapporto nota anche che in Kazakhstan, Tajikistan e Russia vige tutt’ora la moratoria sulle condanne.

 

Musulmani uiguri muoiono nei lager di rieducazione, o impazziscono nelle cliniche psichiatriche

Dall’aprile 2017, almeno un milione di uiguri dello Xinjiang hanno subito detenzioni e torture. Continua la politica della “terra bruciata”.

Urumqi (AsiaNews/Agenzie) - Un musulmano uiguro di 34 anni, Abdughappar Abdujappar, padre di due figli, è morto per alcune complicazioni di salute dopo aver passato sei mesi in un campo di rieducazione a Hili Hasake (Xinjiang). Ne dà notizia la Rfa, insieme alla morte di una donna sui 60 anni, morta nel lager di Bayanday, e a quella di un giovane, avvenuta alla fine dello scorso anno, ammalatosi dopo essere stato prigioniero.

Dall’aprile 2017, gli uiguri accusati di avere “forti opinioni religiose” e “politicamente scorrette”, vengono imprigionati o rinchiusi in campi di rieducazione nello Xinjiang; altri ancora vengono rinchiusi in cliniche psichiatriche, dove impazziscono.

Lo scorso 4 aprile, Chinaaid, un’organizzazione protestante con base negli Usa, ha pubblicato la notizia di 20 uiguri di origine kazaka che sono impazziti dopo essere stati incarcerati in quelli che vengono definiti ufficialmente del “centri di educazione politica” e che sono dei campi dei rieducazione.

I 20 prigionieri – fra loro impiegati statali, dottori, e altri professionisti accusati di “estreme opinioni religiose” – sono stati privati del sonno e dell’uso del bagno e forzati a indossare un elmetto che produceva rumori per 21 ore al giorno, lasciando loro solo tre ore di silenzio per dormire. La continua tortura li portava a piangere e gridare tutto il giorno.

Dopo averli ridotto in questo stato, le autorità li hanno trasferiti in un ospedale psichiatrico nel distretto di Beitun, dove sono rinchiusi da tre mesi. I familiari hanno ricevuto l’ordine di pagare le spese per il trattamento in ospedale: 18mila yuan [circa 2350 euro].

Secondo associazioni di uiguri all’estero, dall’aprile 2017, circa un milione di persone sono state detenute per “estremismo religioso”.

Dal 2017 le autorità di Pechino stanno attuando una politica della “terra bruciata” nello Xinjiang. Per bloccare possibili influenze radicali afghane o pakistane, la Cina attua un serrato controllo sulle moschee, sui giovani, sulla vita religiosa delle comunità.

 
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