Dibattito/Il Rav infanzia e i dubbi sulla sua utilità


LETTERA APERTA ALL’INVALSI: A proposito di RAV-infanzia.
Facebook  -  Cinzia Mion *  -  7 giugno 2018
Cosa chiedere al nostro INVALSI?
Ho sempre difeso il lavoro dell’Invalsi per sviluppare nel nostro Paese una moderna cultura della valutazione di sistema. Anche quando le varie bufere della contestazione demonizzavano le “Prove INVALSI”, anche quando amici miei di associazioni professionali mettevano in dubbio la validità e l’opportunità di rilevazioni degli apprendimenti basate su prove standardizzate.

Soprattutto da quando a presiedere questa istituzione è arrivata A.M.Ajello di cui apprezzo l’impostazione culturale e di cui conosco la serietà. I tre presidenti che l’hanno preceduta all’INVALSI erano valenti economisti (e quindi era giustificato il dubbio che tanto fervore sulla misurazione degli apprendimenti avesse l’obiettivo di verificare produttività e costi della scuola). Ora, un presidente che proviene da studi psicopedagogici si pone certamente altre domande, in primis “Quali sono i fattori che spiegano le caratteristiche gli apprendimenti degli allievi? Come possiamo conoscerli e intervenire su di essi”?
Ho sempre pensato, portando il mio pensiero all’interno della formazione degli insegnanti, che gli stimoli delle prove Invalsi fossero particolarmente significativi per i docenti disponibili però ad autointerrogarsi sulla loro didattica. Disponibili, in altre parole, ad applicare i principi fondamentali della “valutazione formativa” ai loro allievi, come si dovrebbe convenire oggi a tutti i docenti, a prescindere dall’ordine di scuola in cui esercitano la loro professione. Ho sempre cercato infatti di convincerli, durante gli incontri formativi, ad accedere ed individuare, all’interno del sito dell’Invalsi dentro ai “Quaderni di approfondimento”, i processi cognitivi e metacognitivi, che i diversi esperti disciplinari cercano di evidenziare nella costruzione delle prove.
Ho sempre insistito che a questo lavoro di ricognizione, seguisse un autoaggiustamento delle proprie strategie di insegnamento, allo scopo di recuperare la stimolazione e la frequentazione di eventuali processi mentali da loro inconsapevolmente trascurati nella pratica didattica.
Ho sempre approfittato di queste occasioni per presentare metodologie particolari, per esempio quella dell’apprendistato cognitivo, secondo me molto interessante ed utile ad agevolare i processi anche nel caso della comprensione della lettura.
Di fronte alle difficoltà dei propri alunni ad affrontare le prove Invalsi ho sempre premuto con perseveranza perché si sforzassero di cogliere qual era il processo trascurato per non fare come gli alunni che guardano al voto e non cercano di capire perché hanno sbagliato…
Ho sempre stigmatizzato “l’addestramento”, purtroppo in voga, ad affrontare tali prove, con spreco inutile di energie e di tempo preziosi.
Se l’INVALSI si affaccia sul mondo dell’infanzia…
Ebbene ora sono però molto turbata perché mi è giunta voce che l’Invalsi si sta apprestando a sfornare, all’interno della sperimentazione del RAV-infanzia da proporre a tutte le scuole dell’infanzia italiane (statali, comunali, private), una batteria di strumenti (che al momento non si conoscono) per “misurare gli esiti” dell’apprendimento delle bambine e dei bambini di questo ordine di scuola, ricorrendo forse al facile messaggio che apprendimento, conoscenze, sviluppo si possono misurare con “prove scientifiche, caratterizzate da oggettività”.
Desta qualche preoccupazione la sicurezza con cui ricercatori e ricercatrici dell’Invalsi ricorrono ad impostazioni di stampo vetero-comportamentista espresse da frasi del tipo:”…è necessario affidarsi alle più recenti acquisizioni scientifiche per poter formulare una proposta solida di valutazione degli esiti” (C.Stringher in “Scuola dell’infanzia”, Giunti, aprile 2016). Sono reduce da un convegno in cui un’altra ricercatrice affermava che l’applicazione di uno strumento, nella fattispecie l’IPDA (Individuazione Precoce Disturbi Apprendimenti), ai bambini di 5 anni offre risultati “oggettivamente scientifici” per intervenire precocemente sui futuri probabili casi di DSA.
In tutti e due i casi “ricercatrici” affermano la medesima “verità” ossia che l’oggettività nella scienza esiste. Soffro allora di qualche sbandamento culturale. Ma non ci era stato detto, all’interno del paradigma della “complessità” che l’oggettività scientifica è un “mito”? Non è dunque vero che già da molto tempo la riflessione epistemologica di Heisenberg ha rilevato che l’ ineluttabilità dell’interazione tra il soggetto osservatore – sia l’apparato di ricerca ma anche la coscienza dell’osservatore – e il soggetto osservato modifichi a tal punto l’indagine da rendere impossibile coglierne l’essenza, ma solo gli “effetti”dell’osservazione? Non sappiamo forse come sia difficile “rapprendere” in un istante l’osservazione di un soggetto così in rapida e mutevole evoluzione come un bambino della scuola dell’infanzia, spinti solo dalla “pruderie” di penetrarne e controllarne la rapida trasformazione invece di fermarci, noi adulti, ad ammirarne con stupore la meraviglia del loro procedere? Come può venirci in mente di valutare la prontezza di una risposta di fronte alla variabilità dei tempi che caratterizza l’evolversi dei diversissimi ritmi dello sviluppo?
Attenzione agli effetti collaterali…
Non sappiamo poi forse, se siamo veramente a contatto con la scuola dell’infanzia, come sia pericoloso offrire alle loro docenti degli strumenti questo tipo, in questo particolare momento di enfasi sullo zero-sei per cui esse temono di non essere considerate appartenenti al segmento “scolastico”? Non siamo già abbastanza allertati dall’uso spesso troppo assiduo che certe scuole fanno delle famigerate schede di prelettura e prescrittura, e dal passaggio di queste alla tentazione di insegnare a leggere e a scrivere, assecondando così i genitori, sempre più narcisisti?
Care ricercatrici, date retta alle mie , alle nostre apprensioni. Lasciate stare la scuola dell’infanzia e il suo mondo meraviglioso. Rivolgete lo sguardo penetrante ed intrusivo dei vostri studi accademici altrove.
E voi operatori ed operatrici dell’Invalsi non perdete anche qualche utile difensore. Il lavoro che state facendo è molto significativo, però cercate di far capire di più perché lo è. Non basta testare strumenti, schede, griglie, questionari (magari scegliendo per sorteggio delle scuole dell’infanzia cui “somministrarli” . E’ decisivo capire insieme alle scuole il “senso” degli strumenti che vengono proposti per osservare i contesti educativi, la qualità delle relazioni tra adulti e bambini, i fattori che garantiscono la migliore crescita dei piccoli grazie ad una professionalità più consapevole degli educatori.
Le contestazioni emergono in quanto non viene colto il significato dell’aiuto professionale che state dando. Quando tutto rischia di trasformarsi in un adempimento burocratico. Quando non c’è un processo partecipato che deve coinvolgere esperienze, storie, sensibilità culturali diverse. Quando manca una formazione generalizzata per gli insegnanti.
E’ questo il campo della sfida da raccogliere..

*   Membro Consiglio nazionale Andis

 
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