INVALSI: analisi e approfondimenti


Servono più docenti madrelingua e laboratori

STAMPA - 06/07/2018 - ANDREA GAVOSTO


Servono più docenti madrelingua e laboratori Due novità emergono dagli esiti delle prove Invalsi 2018. La prima è positiva: quest'anno per la prima volta gli studenti di terza media e seconda superiore hanno svolto le prove su un computer (alle primarie hanno continuato a usare carta e penna). Grazie a questa soluzione si sono quasi del tutto eliminate le occasioni per "taroccamenti" dei test da parte di docenti e studenti: il cosiddetto cheating. Ne risulta una "foto di classe" molto meno mossa, con pochi assenti e falsi. Alla fine, quindi, più attendibile. È un bene per tutti: per gli studenti e le scuole, ma anche per il Ministero e l'Invalsi. La seconda novità è data dagli esiti dell'introduzione in quinta elementare e terza media di due prove di inglese (lettura e comprensione orale), accanto a quelle di italiano e matematica. Qui, però, le notizie non sono buone. I risultati evidenziano l'incapacità della nostra scuola di insegnare l'inglese a tutti gli studenti, in particolar modo a quelli delle medie: i divari territoriali sono ancora più profondi di quelli, già grandi, riscontrati per italiano e matematica. Un esempio: alle prove di ascolto e comprensione in terza media, quando ci si attende dai ragazzi un livello A2 del quadro europeo delle lingue (QCER), il 60% degli studenti del Sud (70% per Calabria e Sicilia) e il 30% del Nord non raggiunge il livello atteso. Le cose vanno un po' meglio nelle prove di lettura: al Sud "solo" 4 ragazzi su 10 non capiscono quel che leggono. Le differenze fra le scuole e le classi sono più forti che in altre materie: un indizio che gran parte del problema dipende dalla qualità degli insegnanti. Preoccupa anche quanto conti l'origine socioculturale per gli apprendimenti in inglese: probabilmente le famiglie più benestanti compensano con corsi e viaggi studio le carenze scolastiche. Si sta, insomma, scavando un nuovo e grave solco sul terreno dell'equità, che chiama in causa le competenze dei do centi di lingua. E porta a chiedersi se non sia il caso di cambiare i metodi di insegnamento, usando più docenti madrelingua e laboratori di lingue. Gli esiti in inglese confermano ancora una volta - e quelli in italiano e matematica certo non dissipano - la fragilità della scuola media. Continuare a sottovalutare che molti guai del sistema d'istruzione italiano nascono in quei tre anni cruciali può essere catastrofico.



I due Paesi del test Invalsi: al Sud il 50% dei ragazzi non conosce bene l’italiano «Così la scuola è iniqua»

da Corriere della sera – 8/7/2018 - Gianna Fregonara

 

Le differenze con i coetanei del Nordest. Calabria maglia nera

È vero che i test Invalsi non sono dei compiti in classe e che non servono a valutare complessivamente uno studente: ma il paradosso resta, in un Paese dove alle medie si promuove il 97% dei ragazzi. Perché anche quest’anno i risultati del test nazionale disegnano un’Italia in cui uno studente su tre non arriva ad avere in terza media «risultati adeguati» o, per dirla con il direttore dell’Istituto di valutazione Roberto Ricci, «almeno sufficienti» in italiano. Per non parlare della matematica in cui il 59,9% degli studenti è sopra il livello di guardia e dunque due studenti su cinque sono insufficienti. L’allarme riguarda soprattutto il Sud. Perché nel Nord, nel Nord-Est soprattutto (macroregione che comprende anche l’Emilia Romagna) le cose vanno a gonfie vele per gli studenti, tanto che poi alle superiori gli istituti tecnici sfornano diplomati che nel test di valutazione hanno risultati migliori dei coetanei liceali del Sud.

È la Calabria la regione con i risultati peggiori, insieme a Campania, Sicilia e Sardegna: quasi il 50% è al di sotto della sufficienza in italiano e in matematica si arriva addirittura al 56%. «È come se gli studenti di questa regione fossero un anno indietro rispetto ai loro coetanei, due rispetto ad alcune regioni del Nord come il Trentino», spiega ancora Ricci. «Quello che rileviamo è un grave problema di iniquità del sistema — spiega la presidente dell’Invalsi Anna Maria Ajello — dovremmo poter offrire a tutti gli studenti le stesse opportunità ma i dati dimostrano che da scuola a scuola, soprattutto al Sud, ci sono grandissime differenze di rendimento». Secondo Ajello, così come aveva indicato anche una delle ultime ricerche Ocse, bisognerebbe puntare a programmi per incentivare, anche economicamente, i prof con più esperienza ad andare nelle scuole con i risultati peggiori. Ora avviene il contrario. Il ministro Bussetti pensa che«bisognerà prendere provvedimenti con sincerità e realismo», ma per ora preferisce «riflettere sui risultati» e proporre di allargare le rilevazioni dell’Invalsi anche alla geografia.

La novità di quest’anno però è che per la prima volta si è testato il livello di inglese di bambini e ragazzi. Alle elementari, dopo cinque anni di corsi di lingua, raggiunge il livello A1 il 92,4% dei bambini: si tratta della prova di lettura, mentre in quella di ascolto la percentuale dei «promossi» scende al 78,6. Purtroppo alle medie invece l’insegnamento dell’inglese non funziona: due studenti su tre al Sud non riescono a raggiungere il livello A2. I risultati delle prove di lingua segnalano invece un traguardo per gli studenti immigrati: in inglese il loro risultato (ragazzi nati in Italia con almeno un genitore straniero) è migliore di quello degli italiani, mentre in italiano e matematica quest’anno sono stati meno bravi dello scorso anno. «Sarà perché non si è potuto copiare?», si chiedono all’Invalsi, visto che i test sono stati fatti per la prima volta al computer e nessun professore ha potuto dare l’aiutino?

 

L’Italia disuguale del Rapporto Invalsi 2018

da Tuttoscuola – 10/7/2018

 

Ormai i risultati delle prove oggettive di apprendimento non fanno più notizia. Nessuno tra i grandi giornali ha messo in prima pagina gli esiti del Rapporto Invalsi 2018 (nella quale campeggiano invece le voci sul trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus). Il Corriere della Sera, ad esempio, piazza l’articolo di Gianna Fregonara sul Rapporto a pagina 27.

Eppure qualche ragione per dare maggiore evidenza ai risultati delle prove di quest’anno c’era: in primo luogo la maggiore attendibilità dei dati, dovuta alla pratica scomparsa del cheating(copiature, aiutini), favorita dall’uso del computer per gli alunni di terza media e del secondo anno di secondaria superiore: una sfida vinta sul piano tecnologico e organizzativo ma anche su quello pedagogico, perché l’impossibilità di copiare ha reso i risultati più autentici e gli studenti più responsabili.

In secondo luogo è emerso con maggiore chiarezza, sostenuta dai dati, un fatto che gli psico-pedagogisti più attenti alla dimensione sociale dei problemi educativi, da Aldo Visalberghi a Clotilde Pontecorvo, avevano segnalato già negli anni settanta dello scorso secolo: il forte dislivello di preparazione (oggi diremmo di competenze) tra gli alunni delle scuole del Sud e quelli delle regioni settentrionali, occultato da programmi e ordinamenti formalmente identici per tutto il Paese.

Ma si trattava di intuizioni, o di indagini empiriche condotte sperimentalmente su piccoli campioni. Solo con la trasformazione del Centro Europeo dell’Educazione (Cede) in Istituto Nazionale di Valutazione (Invalsi), e con il progressivo, ormai quasi ventennale, perfezionamento delle prove nazionali di misurazione dei livelli di apprendimento si sono potuti acquisire dati di tipo sistematico per analizzare più a fondo la questione dei divari di rendimento tra le scuole e dentro le scuole delle diverse regioni italiane.

La terza ragione dell’importanza del Rapporto di quest’anno è costituita proprio da questa più ampia disponibilità di dati sistematici, che ha messo in luce il fatto che in alcune regioni – proprio in quelle che registrano i più alti tassi di dispersione, come la Campania, la Sicilia, la Sardegna e soprattutto la Calabria – il ritardo degli alunni rispetto alle prestazioni medie nazionali in italiano e matematica si registra già in seconda elementare, si amplia in quinta e si consolida in terza media.

La promozione assicurata pressoché a tutti fino all’esame di terza media nasconde una realtà molto differenziata, che è all’origine dei forti tassi di ripetenza e abbandono che si verificano nel biennio iniziale della scuola secondaria superiore. Ma il Rapporto 2018 dell’Invalsi, che è soprattutto uno strumento messo a disposizione dei decisori politici, mette bene in luce il fatto che un intervento di riequilibrio e prevenzione della dispersione non sarebbe efficace se non partisse già dall’inizio della scuola elementare, se non prima: molti studiosi sostengono che a 6-7 anni i giochi sono in buona parte già fatti.

 



 
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