MondoVero/Il CSPI contro l’obbligo dell’alternanza a scuola


Un delibera contro i giovani ed la preparazione alla vita attiva

Via l'alternanza scuola-lavoro, così i sindacati azzoppano i giovani. Continua lo smantellamento della "Buona scuola" per mezzo dei sindacati che stavolta tolgono di mezzo l'alternanza scuola-lavoro.

ROBERTO PELLEGATTA (Disal)

Nessuno glielo aveva chiesto, ma il Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi, organismo controllato da sindacati e amministrazione) l'altro ieri, mercoledì 25 luglio, ha approvato, con il solo voto astenuto del rappresentante dei dirigenti scolastici dell'Anp, un parere autonomo per togliere l'obbligatorietà dell'alternanza scuola-lavoro (Asl) introdotta dalla legge 107/2015 per tutti gli indirizzi di studio del secondo ciclo.

Staremo a vedere quanta accoglienza avrà questo parere nel Parlamento; ma già il ministro Bussetti durante e dopo l'audizione formale in Parlamento aveva messo le mani avanti, dichiarando l'intenzione di rivedere modalità e organizzazione dell'Asl.

Con questo atto non solo continua la marcia sindacale per disfare la Buona Scuola (marcia iniziata con l'abolizione della chiamata diretta dei docenti di ruolo da parte dei dirigenti scolastici), ma si spinge a smantellare l'unica vera innovazione metodologico-didattica introdotta negli ultimi tre decenni nella scuola superiore, innovazione fondamentale per la qualità formativa dei nostri giovani. Se la politica (come pare purtroppo possibile con questa maggioranza incline a scelte di pura propaganda elettorale) darà retta a questo parere verrà rafforzata la tendenza conservativa del mondo scolastico italiano contro l'impegno di tanti per l'innovazione e le riforme.

Tre aspetti colpiscono in questa delibera estiva.

1. Il primo è la maggioranza bulgara del parere: un unanimismo che ha coinvolto sindacati, amministrazione e associazioni professionali, utilizzando, per giungere al voto, argomentazioni che non è difficile definire pretestuose e estremamente fragili. Nella sostanza sia le audizioni utilizzate dalla commissione che ha preparato il testo, sia le stesse motivazioni inserite nella versione finale hanno usato un meccanismo psicologico che non è esagerato definire subdolo: trasformare gli ostacoli ed i problemi reali che l'innovazione ha vissuto, soprattutto nei licei (i più contrari alla riforma), in accuse e impedimenti. Il gioco è ingiusto: come se ostacoli e problemi fossero esclusivamente il frutto della legge e non anche una serie di cause che ne hanno ostacolato l'attuazione.

2. Il secondo è l'assenza di dati reali, sostituiti da "percezioni soggettive e posizioni ideologiche" (Anp). Gli stessi membri delle Commissioni che hanno preparato il testo hanno dovuto riconoscere che "non sono ancora disponibili dati quantitativi completi e non sono state ancora condotte valutazioni o analisi sulla qualità complessiva e specifica delle esperienze di alternanza scuola-lavoro realizzate nell'ultimo triennio". Vada per tutti la citazione dell'audizione del presidente dell'Indire che correttamente ha presentato un "progetto di monitoraggio" dell'Asl da attuare.

3. Ma credo che l'aspetto più ingiusto sia l'aver di fatto gravemente emarginato tutto il lavoro di docenti, dirigenti e alunni che hanno progettato e realizzato, nonostante gli ostacoli e i problemi, esperienze vive e di grande valore innovativo e formativo.

Insomma: invece di elaborare — a fronte di difficoltà ed esperienze negative — proposte serie di verifica, controllo, supporto formativo ed economico per sostenere le scuole nella progettazione e realizzazione dell'Asl si è scelto, con le solite involute circonlocuzioni, di spingere il sistema a privare i nostri studenti di un’importante opportunità per la loro formazione non solo al lavoro, ma soprattutto alla vita attiva, quella che si svolge fuori dalle mura delle aule, quella che esige una serie di competenze indispensabili al nostro tempo.

Il parere sostiene poi che l'Asl sarebbe stata introdotta "repentinamente", senza "un'accurata riflessione sul tema del lavoro e del rapporto tra scuola e lavoro" dimenticando volutamente che a monte vi sono stati non solo la lunga esperienza degli istituti tecnici e professionali, il decennale dibattito sulle gravi carenze sistemiche in questo campo rispetto a tanti paesi europei, ma fior di documenti internazionali e impegni comunitari come ad esempio l'Agenda 2030 dell'Onu, la Raccomandazione del Consiglio Europeo sulle competenze chiave di cittadinanza.

Per condiscendenza poi il documento si ricorda della vastità della disoccupazione giovanile in Italia, ma (è la beffa) la utilizza solo per individuarla come "motivazione" usata strumentalmente dal Governo per far passare la riforma!

Eliminare l'obbligatorietà dell'Asl, tra l'altro in tutti gli indirizzi di studio e non solo nei licei (come pareva fosse inizialmente orientata la Commissione), vuol dire riconoscere che questa metodologia non appartiene al curricolo essenziale di una formazione alla vita e rinchiudere di nuovo le scuole all'interno delle proprie mura.

La stessa soluzione che taluni avevano ipotizzato durante il dibattito di sostituire l'obbligo con una serie di incentivi scaturiva dalla rassegnazione di fronte ad un muro di opposizione, che si respira sotto le premesse e le  conclusioni del testo e che non fa che dare eco istituzionale ai moti di piazza che dopo il 2015 hanno attaccato l'Asl con le più vetuste e ottocentesche accuse di "sfruttamento minorile" dello "studente lavoratore" (definizione riportata dallo stesso testo).

Usando abbondantemente in modo surrettizio e scorretto anche frasi e concetti di molti degli esperti auditi, la soluzione proposta dai sindacalisti giunge all'opposto delle loro intenzioni e dichiarazioni: togliamo l'obbligatorietà del monte ore (che sarebbe la causa dei mali!), lasciamo il tutto "alla autonomia delle scuole" (in questo caso torna utile!) e mettiamo "a disposizione" dei docenti l'Asl. E' la classica interpretazione secolare della "libertà di insegnamento" dove ognuno fa quello che vuole. Un vero capolavoro all’italiana.

     

L'alternanza non è sfruttamento, ma educazione alla vita attiva

IlSussidiario  -   ROBERTO PELLEGATTA   -  

Sono sollecitato a chiarimenti sulle mie riflessioni relative all'alternanza scuola-lavoro (Asl). Non mi interessa molto il tono polemico, anche se dialogare con chi ti dà delle definizioni non è proprio stimolante. Provo a prendere sul serio alcune provocazioni della professoressa Morri.

1. Prima di discutere delle ragioni scusatemi se espongo un po' di "lustrini". Ho iniziato l'Asl in un liceo scientifico classico nel lontano 1998, quando non solo non era obbligatoria, ma a farla erano pochi licei in Italia;  ho terminato poi con una collaborazione al ministero su questa attività nei professionali. Sono fiero di quanto fatto a scuola, proprio perché i ragazzi lo chiedevano ed erano contenti di vivere questa esperienza fuori scuola. Talvolta più che quella dentro. Non parliamo poi della soddisfazione nel vederla vissuta da quelli dei professionali. In queste attività non solo ho trovato grande aiuto da parte di diversi docenti (molti altri invece ostili, si sa) e genitori, ma anche da loro preziosi suggerimenti su come rimediare agli inevitabili difetti ed errori e migliorare le condizioni dell'attività. Anche per questo (non solo) ho salutato con entusiasmo la scelta dell'obbligo di un monte ore definito: nella scuola italiana (per le cause che ho già descritto) nulla di nuovo può accadere senza obbligo. L'abbiamo visto con tutte le poche utili riforme scolastiche.

2. Dopo di che si può ovviamente migliorare tutto: rivedere la quantità e modalità del monte ore obbligatorio; fare norme che incentivino le aziende ad ospitare i giovani (come in quasi tutta Europa, tranne che da noi); formare meglio gli insegnanti (vero problema di tutta l'esperienza). Non era intento principale del mio articolo entrare nel merito di come fare meglio Asl. Se effettivamente questo interessa alla docente universitaria, può leggere le pubblicazioni che ho curato sul tema. Ma senza tornare indietro dall'obbligo per lasciare — come "ironicamente" recita il parere del Cspi — tutto "all'autonomia" delle scuole, che, in tal caso, tornerebbero come prima: in quasi tutti i licei eliminando l'attività in nome della "vera cultura" e del "vero studio" (non a caso l'autrice della lettera si riferisce al liceo classico); in molti tecnici e professionali rendendola marginale come per anni hanno fatto (d'estate o nelle vacanze).

3. C'è poi una forte incomprensione di fondo sia nelle lettera che già nel parere del Cspi: l'Asl non ha come scopo principale di preparare i giovani ad esercitare subito un lavoro, neppure nei professionali. Altro che "perdere ore di scuola": l'Asl è un aspetto di un nuovo modo di fare scuola (anche nel liceo classico dove ho iniziato la prima Asl) la cui finalità principale è la formazione della persona, in particolare della sua conoscenza di sé in azione, della suo capirsi come diventare grande, in termine tecnico del suo "maturare competenze per orientarsi alla vita attiva". E questo a prescindere dalla relazione meccanica tra attività svolta in azienda o ente durante la scuola (e non in vacanza, perché è scuola!) e mestiere o professione che farà dopo gli studi. Di questa metodologia attiva ha enorme bisogno la scuola italiana, ridotta spesso alla cultura del libro, dell'astratto, fin dalla scuola elementare. Con tutte le conseguenze sul modo con cui i nostri giovani vivono la scuola.

Sostenere che l'Asl, a cause degli errori e mal funzionamenti, serve a chi "non ha nulla da insegnare" è come sostenere che i guai che accadono negli ospedali sono colpa della professione medica in quanto tale e non di chi e come la esercita. Proprio come hanno fatto i sindacalisti nel parere in discussione: usare esperienze negative per delegittimare l'attività.

4. Capisco che la docente universitaria avrebbe gradito che la figlia portasse a casa qualche soldo (come forse farà d'estate) invece che "lavorare per nulla", ma per l'Asl, come per studiare il greco, è fondamentale "non avere guadagni", cioè vivere seriamente un tempo dell'imparare.  Ben diverso questo dalle esperienze di "service learning" che sono attività integrative (non necessariamente curricolari) dove imparare anche l'esperienza della gratuità, del servizio, attività che mi pare, purtroppo, la nostra genitrice non pare apprezzare molto.

5. Purtroppo conosco bene la diffidenza, quando non l'ostilità, all'Asl di quelli che l'autrice chiama "gli operatori economici". Basti pensare alle banche o alla grande industria che da tempo non accettano giovani in Asl. Diversamente da quanto avviene in una ditta tedesca dove partecipare alla formazione dei giovani è un atto di fierezza sociale, da noi (salvo le dovute eccezioni) dedicare del tempo ai giovani sul posto di lavoro è visto un po' come perdere tempo. Tranne fra gli artigiani dove invece c'è grande attenzione a questo.

6. Mi spiace se, nel breve spazio di un articolo, argomenti e motivazioni non siano condivise: però credo che i gravi problemi della preparazione dei nostri giovani alla vita attiva e anche al lavoro (è così poco nobile e "culturale" farlo?) non si risolvano abrogando leggi, ma semmai migliorandole. Obiettivo del quale purtroppo il parere sindacale non si occupa. Che libertà si ottiene a togliere alle nostre ragazze ed ai ragazzi esperienza riflesse, culturalmente preparate e guidate di vita attiva, di attività anche manuale? C'è tutta una cultura gentiliano-marxista da cui liberarci per capire questo. Ma non è questo il luogo per approfondirla.  Non gloriamoci però troppo della nostra scuola italiana: i confronti internazionali non ci sostengono; l'abbandono, la demotivazione, la dispersione scolastica, la disoccupazione giovanile (non certo quelle delle famiglie di qualche docente universitario) sono  problemi gravissimi che riguardano milioni di nostri giovani. Ci interessano? O ci interessa solo il liceo classico?

 

 

 

 
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