ITS e professioni: le scuole frenano le imprese


«Vanno rese abilitanti per geometri e periti»

SOLE 24 ORE - 05-11-2018 - di Redazione

 

Un tagliando per le lauree professionalizzanti ,alla luce dei bassi tassi di iscrizione, lo invocano anche gli ingegneri. In modo che sia più chiaro l'obiettivo dei corsi brevi di stampo ingegneristico: «Devono servire a formare dei tecnici immediatamente spendibili sul mercato del lavoro o comunque qualificati per svolgere l'attività di geometra o perito industriale». Per farlo «vanno rese abilitanti». Tenendole nettamente distinte dalla laurea quinquennale classica in Ingegneria. Aricordario è Domenico Perrini, delegato alla Formazione universitaria perii Consiglio nazionale degli ingegneri, che giudica utile anche l'introduzione della "passerella" con gli Its per «creare le professionalità che servono». «L'importante - aggiunge- è avere la certezza di quello che vogliamo fare. Le questioni organizzative poi si risolvono». Parole - sottolinea Perrini - che vanno calate nel contesto in cui oggi è organizzata l'offerta formativa per gli ingegneri: «Ci sono 870 corsi in Italia e chi si laurea a Torino ha una formazione diversa da chi lo fa a Napoli o a Bari». Nel trovare la soluzione adatta, a suo giudizio, bisogna avere ben chiaro anche cosa non fare. Va evitato cioè di ripetere il flop delle lauree triennali semplici.

 

La scuola che frena le imprese

CORRIERE DELLA SERA - 05-11-2018 - Giuseppe Bertagna

 

Tirano le piccole e medie imprese centrate sull'export di manufatti meccanici, chimici, metallurgici, alimentari, dell'abbigliamento, del legno. Che innovano processi e prodotti, esaltano la digitalizzazione e incrociano bene con la loro produzione le dinamiche geografiche, sociali, economiche e culturali dei mercati di destinazione.

Ma in un caso su quattro non trovano lavoratori da assumere.

E, anche per quelli assunti, sono costrette ad investire parecchio in formazione di recupero. Dopo 13 anni di scuola pre-universitaria (la più lunga al mondo!). Dopo 3 o 5 anni di università. E magari anche dopo master specialistici. La notizia si somma a quella sui 200 mila posti di lavoro che restano mestamente vuoti per mancanza di competenze degli aspiranti.

Ma sarebbe così se queste aziende praticassero l'apprendistato formativo di I e III livello, non si pretende come in Germania dai 12 ai 23 anni di età, ma, come è possibile da noi, dai 15 ai 29? Se, viste le difficoltà frapposte alla diffusione di questa straordinaria opportunità formativa che in Germania coinvolge 1,5 milioni di studenti, instaurassero un rapporto costante tra tutor aziendali che entrano a scuola/università e tutor scolastici/universitari che entrano in azienda?

Ma siamo sinceri: quanti di questi stessi imprenditori sono davvero convinti che, per i propri figli, questi percorsi sarebbero di gran lunga più formativi dei licei gentiliani e dell'università che abbiamo? Sì, perché è la mentalità che sta portando il nostro Paese alla rovina.

 

 
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