MondoVero/Cambogia: il processo contro i Khmer rossi


Cambogia, gli ultimi fantasmi sulla strada della «rinascita»
Avvenire -  20 febbraio 2019  -  Stefano Vecchia
A quarant’anni dalla liberazione dal regime dei Khmer Rossi, si fanno ancora i conti con gli orrori di quel periodo.  Nell’ultimo processo contro i responsabili è riemersa la pagina finora occultata dell’eccidio di centomila Cham di fede musulmana e di ventimila vietnamiti.
Nato nel 2006 e gestito in difficile convivenza dalle Nazioni Unite e dal governo di Phnom Penh, quello del tribunale speciale misto cambogiano internazionale per il genocidio è stato un percorso lungo e faticoso Il primo ministro Hun Sen è da 34 anni al potere I festeggiamenti della liberazione non hanno celato le ferite ancora aperte.
Quarant’anni dopo, la Cambogia non dimentica, e la sua 'rinascita' resta incerta, anche se l’incubo è ormai lontano. Il 7 gennaio, il piccolo Paese del Sud-Est asiatico ha ricordato il quarto decennale dalla sconfitta dei Khmer Rossi e la fine di un regime che per quanto breve è diventato sinonimo di cecità ideologica, brutalità e discriminazione razziale. Lo ha fatto con una cerimonia intrisa di nazionalismo, arricchita da costumi e danze tradizionali davanti a 60mila spettatori nello stadio di Phnom Penh. Nell’occasione, il primo ministro Hun Sen, da 34 anni al potere, ha definito il 7 gennaio 1979 il giorno della «rinascita» del Paese e ringraziato il Vietnam per il contributo dato alla «lotta per liberare la Cambogia e il suo popolo da un regime colpevole di genocidio».S olo la complessa storia cambogiana e i funambolici giochi di opportunità e di alleanze delle tante fazioni che si sono contese il Paese nella decolonizzazione può spiegare come l’antico nemico vietnamita possa essere oggi additato come artefice di «indipendenza, libertà, democrazia e progresso » in un Paese di fatto controllato nell’ultimo trentennio dalla Cina, a sua volta divisa da inimicizia secolare dal Vietnam. D’altra parte, l’invasione vietnamita che mise fine a meno di quattro anni dalla sua fondazione alla Kampuchea Democratica e allo sterminio di due milioni di individui, venne sostenuta dagli Stati Uniti, fino a pochi anni prima acerrimo nemico del regime comunista di Hanoi e del Vietnam unificato. Altra incongruenza storica, a guidare 100mila soldati vietnamiti e 20miladisertori cambogiani nell’avanzata sulla capitale svuotata di tutta la sua popolazione e dell’intera leadership khmer rossa in fuga fu proprio Hun Sen, a sua volta ex quadro del sanguinario regime da cui ha preso le distanze ma ha anche selezionato i metodi coercitivi.
M esso fine al governo dei Khmer Rossi, i vietnamiti imposero il loro controllo per un decennio, pagandolo a caro prezzo con 25mila morti, mentre le varie fazioni khmer proseguirono nelle foresta la loro lotta, insieme fratricida e nazionalista, secondo le diverse fedeltà ideologiche e di interessi. Usciti di scena i vietnamiti nel 1989, gli Accordi di Parigi dell’ottobre 1991, formalizzarono la pace tra il nuovo Regno di Cambogia e i vicini, ripristinarono la monarchia reintegrando con fasi alterne nel suo ruolo paterno e semi-divino il principe Norodom Sihanouk, avviarono il Paese – per la prima volta nella storia dell’organizzazione, sotto amministrazioneOnu – verso la ricostruzione. Le prime elezioni parlamentari, nel luglio 1993, aprirono a una reale autodeterminazione del Paese, mentre il conflitto interno sarebbe terminato soltanto nel 1998, simbolicamente con la morte nel suo rifugio thailandese del 'Fratello n. 1', il capo del regime Khmer Rosso, Pol Pot. Un personaggio- simbolo, sicuramente, ma il cui potere e la cui influenza poterono essere efficaci solo grazie a una struttura di comando accomunata da ideali e interessi, rafforzata negli studi condivisi in Europa e Cina, indurita nella clandestinità e nella guerriglia, imposta con il sospetto, la delazione e il terrore.
P er questo, la rinata società civile cambogiana – seppure censurata e costantemente piegata da Hun Sen nei sue varie incarnazioni di governo – ma più ancora quella internazionale hanno voluto uno strumento efficace che svelasse l’orrore e le responsabilità e con la loro piena comprensione aprisse alla giustizia e alla riconciliazione. Nato nel 2006 e gestito in una difficile convivenza dalle Nazioni Unite e dal governo di Phnom Penh, quello del tribunale speciale misto cambogiano- internazionale per il genocidio è stato un percorso lungo e faticoso, segnato dalle divergenze, dalle pressioni politiche e dalla necessità di rispettare con-temporaneamente la sovranità del Paese ospitante e il diritto internazionale. Anche dopo l’accordo del 2003 tra governo di Phnom Penh e Nazioni Unite sull’istituzione del tribunale, molti sono stati i rallentamenti dovuti a ingerenze di alto livello che hanno messo in dubbio la reale volontà di arrivare a giudicare i superstiti della leadership khmer. Alla volontà dei magistrati stranieri per portare fino alla fine il loro impegno si è affiancata e ancora perdura la pressione per chiudere al più presto un’esperienza condotta sempre con mezzi stentati e più volte a rischio di sospensione.
S ono stati 1.300 i testimoni accreditati dall’accusa chiamati a testimoniare dei crimini del regime, un’opera immane sempre sotto la pressione del rischio di scomparsa dei principali accusati, date età avanzata e salute incerta. Il Camerata Duch, convertitosi al cristianesimo e oggi 70enne, è il più giovane dei gerarchi che i magistrati hanno rinviato a giudizio e condannato. Gli altri sono Nuon Chea, vice di Pol Pot, e Khieu Sampan, capo dello Stato della Kampuchea democratica (entrambi si erano ritirati dalla guerriglia nel 1996); Ieng Sary, ministro degli Esteri e co-fon-datore dei Khmer Rossi, e la moglie Ieng Thirith, ministro degli Affari sociali del regime, sono deceduti durante il lungo iter processuale. Il 16 novembre 2018, il Tribunale penale misto internazionale per il genocidio cambogiano ha sentenziato una nuova carcerazione a vita per Khieu Samphan. Con lui è stato condannato a un secondo ergastolo Nuon Chea. Per entrambi, la pena è stata aggregata alla precedente. Impassibili durante le udienze e alla sentenza, all’età di 87 anni Khieu e a 92 Nuon sono stati probabilmente gli ultimi responsabili a essere puniti per le nefandezze di un regime che si era dato l’obiettivo di riportare la nazione khmer alla purezza e gloria originarie annullando ogni diversità etnica, di classe, di educazione e di fede. Significativamente, il secondo procedimento contro di loro, il Caso 002/02, ha riguardato una pagina finora oscura della parabola dei Khmer Rossi, ovvero il massacro di almeno 100mila Cham di fede musulmana e di 20mila vietnamiti.
C ome ha indicato il presidente della corte Nil Nonn alla lettura della sentenza, «i Cham furono colpiti come gruppo e gli ordini della persecuzione arrivarono dai livelli superiori». Furono 20mila quelli trucidati solo nell’area del tempio buddhista Wat Au Trakuon, dove per giorni gli aguzzini scommisero su quanti fosse possibile ucciderne in un’ora, mentre le donne venivano umiliate e stuprate prima di essere giustiziate. La sorte dei Cham, descritta da quasi 200 testimoni oculari e confermata in decine di migliaia di documenti conservati con meticolosità aberrante negli archivi del regime, sarebbe probabilmente entrata nell’oblio se non fosse stato per l’impegno del tribunale. Come pure il destino degli immigrati e residenti vietnamiti (tra cui molti battezzati), rimasti in Cambogia dopo la fuga di 40mila di essi sotto il precedente governo guidato dal generale Lon Nol. Infine, almeno la metà dei cinesi in territorio cambogiano, nonostante la propagandata 'fratellanza' tra Pechino e i Khmer Rossi seguirono la stessa sorte dei cambogiani condannati alla tortura e alle esecuzioni di massa negli almeno 200 campi di internamentoe sterminio.
 
 
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