Dislessia: imparare diversamente

 

ALLA SCUOLA DI FRANCESCO RIVA PER IMPARARE DIVERSAMENTE
Avvenire - 12-10-2017Cosimo Argentina 

                                     

Dislessia. Alla scuola di Francesco Riva per imparare diversamente

Nei decenni passati non ci si ponevano grandi interrogativi suiragazzi che frequentavano la scuola. Tranne casi eclatanti di disabilità per ilresto esistevano le classiche categorie: il lazzarone, non studia, non riesce astare attento, studia ma non ci arriva, non ha metodo di studio, non capiscequello che legge, quando scrive è distratto e inverte lettere e cifre. Terminicome discalculia, dislessia e disgrafia non erano contemplati dalla didattica edal mondo tutto dell'insegnamento.

C'erano solo i ragazzi difficili e quelli diligenti. FrancescoRiva ha messo per iscritto e ha portato in teatro la sua vita di dislessico.Con lo spettacolo Dislessia e con il romanzo Il pesce che scese dall'albero(Sperling & Kupfer, pagine 167, euro 16) getta una luce non tanto sullarealtà della scuola ancora non del tutto preparata a mettere in campo energie afavore di alunni disagiati, quanto su come una disabilità può, grazie a mentiilluminate, trasformarsi in una opportunità.

Il piccolo Francesco non riesce proprio a leggere come gli altri,ma una maestra attenta e creativa gli mostra la possibilità di studiarerecitando e interpretando ciò che gli altri ripetono pedissequamente. L'allievodiventerà un attore e farà tesoro delle sue debolezze trasformandole in puntidi forza.

Elemento essenziale nella vita scolastica di un ragazzo che parteper superare un percorso a handicap sono le figure che gli gravitano intorno.Nella scuola Francesco ne individua due tipologie. Chi ha a cuore l'alunnoquale universo umano, spirituale e psicologico e chi vede nel gruppo classe unamateria da amalgamare senza tentennamenti perché rispettare il programma vieneprima di tutto. Nella scuola, come nella vita, si incontrano personalitàdiverse, complesse, distanti l'una dall'altra e quindi si rende necessariotrovare il bandolo della matassa affidandosi a chi offre più garanzie. Questastrategia però non è libera perché un allievo si ritrova ad avere a che farecon gli insegnanti che gli sono stati assegnati.

Ci vuole anche un pizzico di fortuna. Trovare quello che prenda acuore ciò che c'è dietro un minimo o ingente ritardo e procedere per tentativifino a trovare soluzioni per la crescita dell'alunno e dell'uomo non è nésemplice né scontato.

A volte la scuola si risolve con una serie di atti dovuti eformali. Il voto, gli scrutini, il debito a settembre, i recuperi, la lezionefrontale, i compiti in classe, le interrogazioni. Ma esiste un sottotesto che èpoi l'humus dei verbi insegnare e apprendere. Insegnare vuol dire mettere nellemani di una persona gli strumenti per farcela. Apprendere è far propri glistimoli e le suggestioni che provengono da persone di comprovata esperienza.Dentro queste due parole esiste una cosmologia talmente spongiforme che per chidecide di fare il docente sarebbero necessari come prerequisiti una certaduttilità e sensibilità. Conoscere i diritti reali, Pascoli o i logaritmi èsolo una delle basi dell'insegnamento. È la trasmissione dei saperi e lacapacità di immedesimarsi in universi così diversi che in realtà fa ladifferenza. E questo attiene all'uomo, non solo al professionista, e non siimpara in corsi di aggiornamento né nelle scuole di specializzazione.



 

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