Sentenze/Stalking al DSGA per lo stipendio

 

Collaboratore scolastico manda messaggi araffica al Dsga per lo stipendio: pressing legittimo

Tecnicadellascuola- 03/12/2017 - Andrea Carlino

 

Giusto mandare messaggi a raffica al capo per farsi pagare lo stipendio?Sì, secondo la Corte di Cassazione.

I giudici, con la sentenza n.51678 del 13 novembre 2017, hanno assolto un imputato dal reato di“esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.

Non punibile la scelta di bombardare la direttrice amministrativadell’istituto per rivendicare il pagamento di alcune retribuzioni. Impossibile,secondo i Giudici, parlare di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Non è la prima volta che i giudici adottano questa interpretazione. Lecondizioni di necessità di chi non ha lo stipendio e non riesce a far frontealle spese necessarie per sostenere il proprio nucleo familiare giustificano uncomportamento più oppressivo da parte del lavoratore.

Per fare in modo di non cadere nel penale è necessario che l’invio deimessaggi abbia un contenuto strettamente limitato ai problemi in sedelavorativa, senza eccedere in ingiurie o minacce.

Nel caso esaminato dai giudici, un collaboratore scolastico di un liceo erastato accusato di aver commesso il reato di “esercizio arbitrario delle proprieragioni” (art. 393 codice penale) ai danni della direttrice amministrativadell’istituto scolastico presso il quale lavorava.

Secondo l’accusa, il collaboratore doveva essere ritenuto responsabile diquesto reato in quanto egli avrebbe inviato “numerosi sms” alla direttrice.

L’obiettivo era quello di “indurla aerogargli pretese spettanze retributive con i fondi di istituto”.

In primo grado, il Tribunale di Lecce aveva condannato il collaboratorescolastico. A quel punto, l’uomo, si è rivolto in Cassazione per ottenerel’annullamento della sentenza sfavorevole.

La Corte, così come riportala webzine specializzata Responsabile Civile, ha quindi ritenutodi dover dar ragione al collaboratore scolastico, accogliendo il relativoricorso, in quanto fondato.

Secondo i giudici, tartassare il capo di sms per farsi pagare lo stipendionon poteva considerarsi espressione di “arroganteinvadenza e di intromissione continua e inopportuna nell’altrui sfera“.

Questo perché i messaggi erano di “contenutoattinente ad una questione legata a problemi in sede lavorativa. Pertanto,non poteva affermarsi che la condotta contestata all’imputato avesse assunto icaratteri della violenza o minaccia alle persone”.

La Corte di Cassazione ha quindi accolto il ricorso del collaboratorescolastico annullando la sentenza impugnata, “perché il fatto non sussiste”.

 



 

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