Formazione e alta formazione professionale

 

PMI E SISTEMADUALE: LA SCOMMESSA SUGLI APPRENDISTI
il Sole 24 Ore - 13-06-2018 - C.Tucci

 

Il primo contatto è avvenuto lascorsa estate, con l'alternanza scuola-lavoro. Lo studente ha subito mostratoattitudine e una discreta maturità. A novembre lo abbiamo assunto conl'apprendistato. Oggi si occupa, retribuito, di help desk nel settoreinformatico, con la possibilità di conquistare il diploma professionale. Certo,contrattualizzare un alunno/apprendista non è semplice. Ma il gioco vale lacandela, anche per una azienda come la nostra. Inseriamo risorse che formiamo "incasa"; e per il giovane c'è l'opportunità di imparare un metodo di lavoroe un mestiere».

Luca Peroli è direttore Hr del Gruppo«Pietro Fiorentini», mille addetti, casa madre in provincia di Vicenza, altriquattro stabilimenti in Italia, attivo nel settore Energia (produzione efornitura di componenti e impianti complessi per trattare e trasportare gasnaturale). «Il collegamento tra imprese e scuole, università, e ultimamenteanche Its è proficuo aggiunge Peroli -. Non c'è dubbio, ci vuole impegno, e investiresu programmi formativi che servano davvero a imprese e ragazzi».

Dal Veneto alla Sicilia, il passo èbreve. «Primis» è il «Polo di rete industriale meccatronica Sicilia», conta unatrentina di aziende medie e piccole, che spingono forte su Industria 4.0. Illoro recruiting di studenti/apprendisti? Attraverso lo stretto legame conl'istituto tecnico«Vittorio Emanuele III» di Palermo. «Nelle imprese associatesono stati inseriti in apprendistato una ventina di alunni racconta il legalerappresentante di «Primis», Antonello Mineo -. Parliamo di meccanici, nei campidella carpenteria leggera, utilizzo macchine e saldatura. Ma anche esperti inmeccanica di precisione, attraverso il controllo numerico. Annoveriamo anche uninformatico/apprendista, che ha elaborato il nostro sito internet. La scuola ciaiuta a semplificare gli adempimenti burocratici. Noi la affianchiamo pertarare la formazione in base alle esigenze produttive».

Ridisegnato, nel 2013, dal decretoCarrozza e sistematizzato, due anni dopo, con i Jobs act, l'apprendistato"duale" prova a conquistare anche le pmi. A spingere, e si spera, afar crescere numeri di contratti e best practice, è ora anche il ministerodell'Istruzione, che ha fatto partire, lo scorso anno, il progetto «Start-updell'apprendistato». Sul piatto c'è i milione di euro, risorse che vanno allescuole per finanziare, per esempio, tutor, formazione per i docenti, trasportoragazzi, materiale informativo.

Con il primo bando sono statiapprovati 17 progetti, ora saliti a 19. Si contano circa 350studenti/apprendisti. Con il prossimo rifinanziamento di un ulteriore milionedi euro, l'iniziativa sarà allargata ad altre 42 scuole. L'obiettivo è portareil numero di alunni in apprendistato a circa "mille", grazie anchealla collaborazione formativa con le aziende (specie pmi sono state giàcoinvolte in 130).

Ma come fare a convincere una pmi adavvicinarsi, e soprattutto a utilizzare l'apprendistato "duale", nonproprio un contratto tra i più semplici da gestire? «La nostra esperienza èstata questa rispon- de Marco Gasparri, ad di «Aepi Group», 27o dipendenti,operante nel campo dell'automazione e della robotica legata a Industria 4.0 -.Tre anni fa abbiamo radunato attorno a un tavolo lo docenti e altrettanteaziende per stilare un programma formativo condiviso per gli studenti. Ilcontatto con i ragazzi avviene al quarto anno con l'alternanza, e poi siconsolida nel quinto, firmando un contratto d'apprendistato. Ragioniamo supiani triennali. Abbiamo sottoscritto un protocollo regionale per semplificaregli adempimenti legati all'assunzione. Interloquiamo con Inps e Inail percontributi e premi. La retribuzione del giovane apprendista è commisurata allapresenza in azienda. Insomma, abbiamo recuperato il concetto di "bottegamanifatturiera". Il grado di soddisfazione? Elevato. Mi risulta che anchein Veneto si stia pensando di utilizzare il nostro modello».



PENSIERO CRITICO PER AFFRONTARE LE SFIDE DELLAVORO
il Sole 24 Ore  -  13-06-2018 -S.Micelli

In un Paese in cui il 47% delleimprese metalmeccaniche fatica a trovare personale con competenze adeguatequando le statistiche ufficiali parlano di 1,8 milioni di disoccupati fra i 25e i 49 anni la priorità della politica nazionale dovrebbe essere formazione eriqualificazione professionale. Non solo perché il lavoro è una priorità, maanche perché l'esito della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo dipendeprincipalmente dagli investimenti in conoscenze e competenze che siamo dispostia mettere in campo nell'arco dei prossimi anni.

Il tema della formazione è materiadelicata. Non si tratta semplicemente di allocare risorse sulla scia dipercorsi apparentemente consolidati. Il tema della formazione, in particolaredella formazione tecnica necessaria ad affrontare l'evoluzione di settori comequello metalmeccanico, richiede una riflessione anche sul piano qualitativo. Iprotagonisti del Made in Italy di domani non hanno il profilo di chi halavorato in fabbrica trent'anni fa ed è difficile che rialzando la cattedra deiprofessori di qualche centimetro avremo trovato la soluzione al problema.

Una recente ricerca sviluppata dalMiur fornisce indicazioni utili a riguardo. L'indagine, condotta su unapopolazione di seicento imprese appartenenti prevalentemente al compartomanifatturiero, esplicita le richieste delle imprese riguardo ai giovani da inserirein azienda. Se si considerano i dati relativi al comparto della meccanica edella meccatronica, uno dei settori maggiormente consapevoli rispetto alletrasformazioni tecnologiche in corso, emergono per importanza le cosiddettesoft skills, competenze trasversali che superano nelle preferenze delle impresequelle legate a specifici ambiti di attività (produzione, manutenzione,controllo qualità).

Cosa sono esattamente queste softskills così apprezzate dalle imprese? Secondo i numeri della ricerca, un primoset di competenze soft riguarda la capacità di lavorare in gruppo mentre unsecondo gruppo di competenze particolarmente richiesto è la capacità didefinire problemi (problem setting) e di risolverli (problem solving). Grandi epiccole imprese assegnano priorità a chi sa operare in team per affrontare iproblemi in modo originale e fattivo. Ciò non significa che le imprese nonapprezzino competenze in domini specifici (programmazione software, scienza deimateriali, robotica). Piuttosto riconoscono l'importanza di profiliprofessionali a "T", espressione che negli ultimi dieci anni hasintetizzato l'importanza di un doppio investimento su saperi verticali (lagamba verticale della T) e competenze orizzontali come la capacità di dialogo edi interazione con i collaboratori (il tratto orizzontale).

È legittimo domandarsi quanto siapronto il nostro sistema formativo ad affrontare un cambiamento che, per moltiaspetti, appare epocale. La scuola italiana ha privilegiato storicamentel'apprendimento individuale di discipline ben definite. La didattica del futuronon potrà replicare modelli obsoleti. Non si tratta di aggiungere questa oquella materia nell'ambito di un programma ministeriale ma di ripensare comeimparano i giovani e come i professori potranno stimolare e accompagnare questiprocessi di apprendimento.

Sarebbe poco generoso tacere sulletante sperimentazioni avviate nel Paese per passare da modelli formativitradizionali a una didattica attiva. I progetti avviati in questi anni sonotanti e alcuni hanno avuto successo. Il campo della formazione tecnica eprofessionale ha rappresentato un interessante banco di prova per nuovemetodologie proprio i temi di industria 4.0. Da due anni a questa parte, adesempio, il Miur ha avviato un'iniziativa chiamata Its 4.0 che vede impegnatele Fondazioni e le imprese per dare la possibilità agli studenti di affrontaree risolvere problemi complessi seguendo metodologie collaudate di gestionedell'innovazione. I risultati sono stati finora molto positivi a conferma cheuna didattica attiva centrata sul coinvolgimento attivo degli studentifavorisce consapevolezza e pensiero critico oltre che competenza e capacità dilavoro di gruppo.

Se vogliamo dare risposte a unagenerazione che guarda con apprensione al proprio futuro, questesperimentazioni meritano di essere sostenute e allargate a una scalaradicalmente più ampia. I numeri devono crescere così come l'investimento inpersonale, laboratori e relazioni con imprese e istituzioni di ricerca. Non sitratta semplicemente di ripensare la formazione tecnica (in particolare ilciclo superiore, ovvero gli Its), ma più in generale di riflettere su comeaprire una nuova generazione a un confronto generativo conia tecnologia e conle sfide del futuro.




 

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