Autonomia scolastica: scontro sulla regionalizzazione


Scuola, è scontro tra Lega e 5S nuovo rinvio sulle autonomie

da la Repubblica – 10/7/2019 - Marco Ruffolo

 

Dovevano vedere la luce nell’ottobre scorso. Poi il dubbio che i progetti di autonomia differenziata di Veneto e Lombardia, fortemente voluti dalla Lega, nascondessero la tentazione di realizzare la “secessione dei ricchi” ha cominciato a serpeggiare tra gli stessi alleati di governo. E quei progetti sono ripetutamente slittati.

Il vertice di ieri ai più alti livelli (Conte, Salvini, Di Maio e i ministri competenti sui dossier) avrebbe dovuto sbloccare l’impasse, ma anche questa volta è stata fumata nera, malgrado le dichiarazioni ottimistiche di Salvini, che parla di numerosi passi avanti. I Cinque Stelle non condividono affatto la regionalizzazione della scuola e degli insegnanti e vogliono più garanzie sul fatto che le risorse finanziarie necessarie per svolgere i servizi da trasferire alle due Regioni non finiscano per penalizzare il Sud.

C’è un articolo in quello schema di riforma che accomuna Veneto e Lombardia, che consente in pratica alle due Regioni l’assunzione diretta dei docenti e l’organizzazione di concorsi regionali. Il contratto collettivo resterebbe nazionale, ma di fatto quelli integrativi, firmati con la Regione, finirebbero per svuotarlo del tutto, specialmente nella sua parte finanziaria. L’obiettivo, infatti, non è solo quello di intervenire nell’organizzazione scolastica e nella stessa didattica, ma anche e soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri docenti. Con la conseguenza che chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Padova finirebbe per essere pagato di più di chi lavora, magari in condizioni molto più svantaggiate, nelle periferie di Roma o di Palermo.

Contro questo possibile scenario futuro fatto di scuole di serie A e di serie B all’interno di un unico Stato nazionale, si era in realtà già pronunciata la Corte Costituzionale con una sentenza dell’aprile 2013. Giudice relatore: Sergio Mattarella. La Consulta aveva respinto il primo tentativo della Lombardia, con legge regionale del 2007, di assumere direttamente i propri docenti. Ed è proprio in ragione di quella sentenza di incostituzionalità che ieri i Cinque Stelle hanno ritenuto irricevibile la proposta leghista. «Parlo da figlio di insegnante meridionale – ha detto Di Maio al vertice di ieri – Stiamo attenti a non creare disparità tra insegnanti del Nord e del Sud. Questo noi non possiamo accettarlo».

Ma non è solo una questione finanziaria. La proposta di regionalizzazione della scuola finisce per coprire ogni aspetto dell’istruzione: dai cicli ai piani di studi, dalle valutazioni di sistema all’alternanza scuola-lavoro, dalla formazione dei docenti al contenuto dei programmi, dalle norme sulla parità scolastica alla organizzazione sull’offerta formativa.

Il caso-istruzione pesa dunque come un macigno sull’iter dell’autonomia differenziata, che in ogni caso dovrà essere discussa ed eventualmente emendata dal Parlamento. I passi avanti, secondo la Lega, arrivano sul fronte ambientale: avanza il trasferimento alle Regioni delle autorizzazioni sui vincoli paesaggistici e il passaggio delle sovrintendenze, fatta eccezione per alcuni monumenti e musei di interesse nazionale.

Sulla salute, infine, la Lega propone “ospedali di insegnamento” regionali dove formare tutti gli specializzandi.

 

Autonomia: regioni vogliono assumere i docenti, pagarli di più ma decidere orario. E’ scontro

da Orizzontescuola – 10/7/2019 -  Elisabetta Tonni

 

Si fa sempre più serrato il confronto all’interno del Governo sulla regionalizzazione. Più che di confronto, si può parlare a ragion veduta di scontro. Il tema che sembrava sopito dopo l’incontro sindacati-Governo del 24 aprile è tornato alla ribalta in questi giorni.

A dare i dettagli sull’idea di scuola regionalizzata è stato proprio il ministro Bussetti. In un articolo pubblicato dal Corriere del Veneto domenica 6 luglio, il titolare dell’Istruzione avrebbe indicato come linea da seguire il modello del Trentino e della Valle d’Aosta.

Che cosa prevede il modello

Ieri c’è stato vertice di maggioranza concluso con una fumata nera sulla questione regionalizzazione e autonomia. Tra i nodi da sciogliere quello relativo all’istruzione e alla scuola che ha visto un acceso dibattito.

Le Regioni di cui si parla in questo momento sono Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Secondo l’art. 12 le regioni potranno assumere docenti con concorsi regionali.

Obiettivo ancora non messo nero su bianco: garantire stipendi più alti, ma anche  decidere l’orario di lavoro.

Significherebbe inoltre che i docenti diventerebbero dipendenti regionali e non più statali.

Proprio durante l’incontro sindacale di fine aprile, dove venne scongiurato lo sciopero del 17 maggio, il Miur aveva garantito l’impegno per la salvaguardia dell’unità del sistema nazionale d’istruzione, stato giuridico di tutto il personale regolamentato dal CCNL, ecc.

Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (Pd) si è tirato fuori dalla problematica affermando di non avere posto il problema delle assunzioni e della contrattualizzazione degli insegnanti per la regione da lui amministrata.

I nodi degli articoli 11 e 12

L’opposizione del Movimento 5 Stelle a questo disegno non ha consentito di raggiungere l’intesa nel vertice a palazzo Chigi, sostenendo che in questo modo si sarebbero create differenziazioni troppo evidenti “scuola di serie A, B e persino C” all’interno del Paese.

A certificare questo scenario è stato anche Sergio Mattarella nel periodo in cui ricopriva l’incarico di costituzionalista nella Consulta. Come ha ricordato il sottosegretario al Miur, Salvatore Giuliano, fu proprio l’attuale presidente della Repubblica a scrivere una sentenza nel 2013, evidenziando che la richiesta avanzata allora dalla regione Lombardia, molto simile a quella attuale, era “incostituzionale“.

L’articolo 11 del testo curato dalla ministra Erika Stefani – si legge inoltre sul Manifesto – prevede che alle regioni passino quasi tutte le competenze scolastiche: piano di studio, valutazioni di sistema, alternanza scuola-lavoro, formazione degli insegnanti, contenuto dei programmi, norme sulla parità scolastica, organizzazione su offerta formativa.

Il modello di regionalizzazione a cui si fa costante richiamo è quello già in vigore in alcune regioni a statuto speciale, come per esempio il Trentino. In quei territori alcuni aspetti sono già di competenza regionale: risorse, orario, piano di studio, contratti di lavoro, mobilità, aggiornamento del personale docente e personale Ata, reclutamento dei dirigenti scolastici.

 

Autonomia differenziata, docenti dipendenti regionali: addio 18 ore settimanali. Fino a 120 di attività funzionali. Modello Trentino

Orizzontescuola – 10/7/2019 -  Anselmo Penna

 

Divulgate ieri da Roars le bozze dell’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. L’istruzione è nodo centrale della regionalizzazione in particolare delle prime due.

Cosa vogliono le Regioni?

Lombardia e Veneto, a differenza dell’Emilia Romagna, chiedono il totale controllo dell’istruzione regionale. Ciò significa docenti, dirigenti e personale ATA alle dipendenze delle due regioni, gestione delle attività formative del personale, gestione dell’apprendistato, programmazione dell’offerta formativa, disciplina degli organi collegiali.

Ma soprattutto gestione della disciplina contrattuale, relativamente al rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario.

Una contrattazione che punterà, soprattutto, alla modifica degli orari di lavoro e alla disponibilità in servizio dei docenti con miglioramenti retributivi, così al meno annunciato, ma con uno stravolgimento contrattuale.

Modello Trentino

E’ al Trentino che le due regioni guardano, si è detto da più parti, ad esempio con la possibilità di gestire i concorsi in modo autonomo.

Cosa accade in Trentino per quanto riguarda la contrattazione sugli orari di lavoro?

Già da qualche anno il contratto della regione austriaca ha, ad esempio, eliminato la distinzione di 40 ore + 40 per le attività funzionali, portando il monte ore complessivo ad 80 annue. A queste ore se ne aggiungo anche 40 provinciali che portano il monte ore complessivo a 120. Ore nelle mani delle dirigenze che possono programmare a proprio piacimento le attività dei docenti.

Queste ultime ore dovrebbero essere utilizzate per il potenziamento formativo dei ragazzi, ma, ci ha riferito il responsabile UIL del Trentino “vengono quasi esclusivamente saturate per fare supplenze, sorveglianze ad inizio fine scuola, viaggi istruzione senza indennità.”

Inoltre, la disponibilità dei docenti delle superiori viene gravata di ulteriori 70 ore per il recupero delle lezioni a 50 minuti, scelta non dipendente dagli organi collegiali delle scuole, ma imposte dalla provincia.  I docenti devono recuperare i 10 minuti persi a lezione, ovviamente senza alcun compenso.

Insomma, un aumento del carico di lavoro che non sempre coincide con un reale aumento delle retribuzioni.

Altra questione che si è aperta in Trentino ha riguardato qualche anno fa il cosiddetto diritto alla disconnessione. Infatti, c’è stata la pretesa da parte della Provincia di consentire ai dirigenti di poter raggiungere con SMS o email a qualsiasi ora i docenti ed emettere un ordine di servizio relativo alle ore a disposizione. una sorta di servizio h24.

Ed è sulla parola servizio che ruota l’attuale richiesta di autonomia da parte di Lombardia e Veneto in particolare. Con l’obiettivo di trasformare la scuola in un ente di servizio al cittadino, una sorta di azienda locale che risponde alle esigenze del cittadino snaturandola dal suo ruolo istituzionale. Ma questo è un altro capitolo.

 



 
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