Dati INVALSI: reazioni e commenti


Invalsi 2019, Bussetti: dalle prove ‘Innegabili motivi di preoccupazione’

da Tuttoscuola – 11/7/2019

 

L’immagine di un’Italia scolastica spaccata in due plasticamente offerta dal Rapporto Invalsi presentato questa mattina alla Camera ha indotto il ministro Marco Bussetti, intervenuto all’evento, a riconoscere che esistono “innegabili motivi di preoccupazione”.

C’era una certa attesa per il giudizio che il ministro avrebbe espresso a proposito del lavoro svolto dall’Invalsi, un ente spesso pesantemente criticato dal Movimento 5 Stelle ma verso il quale la Lega aveva tenuto nel tempo una linea più misurata. Da questo punto di vista Bussetti ha riconosciuto che “l’Invalsi è uno strumento che consente di avere una foto articolata e dettagliata del nostro lavoro, che consente di analizzare eccellenze e criticità del sistema per realizzare azioni puntuali ed efficaci”. “Come ministero– ha proseguito Bussetti – siamo convinti dell’importanza della valutazione standardizzata degli apprendimenti che però si deve integrare e affiancare all’insostituibile ruolo della valutazione dei docenti. Dobbiamo portare avanti la valutazione delle attitudini mettendo al centro gli studenti e le loro potenzialità. La scuola deve formare individui autonomi e liberi, cittadini responsabili e consapevoli”.

Insomma, bene le prove standardizzate, ma solo come indicatori di sistema e strumenti di supporto delle decisioni di politica scolastica, mentre la valutazione resta saldamente ancorata alle prerogative esclusive dei docenti. Anche in questa occasione il ministro Bussetti conferma la sua immagine di leghista moderato, più incline al governo che alla lotta. Nei prossimi giorni avrà modo di dispiegare questa sua attitudine sulla spinosa questione dell’autonomia regionale, che secondo non pochi osservatori rischia di aumentare, in mancanza di strategie perequative, le grandi distanze tra le scuole del Nord e quelle del Sud messe in luce dal rapporto Invalsi.

 

INVALSI e autonomia differenziata

FLC CGIL  11/7/2017

 

I dati INVALSI confermano che alla scuola italiana serve l’opposto dell’autonomia differenziata

La lettura dei dati INVALSI sulla scuola italiana ci mette di fronte a fatti noti a tutti: fratture cognitive tra studenti e forte disuguaglianza tra Nord e Sud del Paese. L’Istituto per la Valutazione evidenzia inoltre, che l’indicatore ESCS (Economic Social Cultural Status Index), che misura le condizioni sociali, culturali ed economiche dei giovani, dimostra come esista una correlazione tra indice e punteggi ottenuti nei test di tutte le materie. I punteggi, infatti, crescono man mano che cresce l’indice ESCS. I diversi livelli dell’indice registrati tra gli studenti delle quattro tipologie di scuola superiore in cui l’INVALSI disaggrega i risultati, mostrano come a diverse scuole corrispondano diversi livelli di status sociale. Ovvero, se non si interviene sulle disuguaglianze profonde, tra Nord e Sud, tra territori diversi nelle stesse regioni e nelle capacità cognitive intragenerazionali, a partire dalle condizioni sociali complessive, continueremo ad avere sempre gli stessi risultati.

In questo senso allora, riproponiamo una profetica frase di don Milani: “Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. L’interrogativo, ormai perenne, costante che questo tipo di risultati ci pone dinanzi è sempre il medesimo: cosa vogliamo fare degli ultimi? Come vogliamo intervenire sulle disuguaglianze? Con l’autonomia differenziata? Assolutamente no.

Il ministro Bussetti si dice preoccupato per i dati INVALSI e ne ha ragione. Ma da un ministro ci si aspetta altro, qualche soluzione, una nota di chiarezza, una visione complessiva del senso dell’istruzione, che non è l’autonomia differenziata, che potrebbe ancora di più approfondire le disuguaglianze, e neppure “l’ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Il ministro Bussetti potrebbe trasformare la preoccupazione in iniziativa politica, aumentando ad esempio gli investimenti per l’istruzione in tutte quelle zone dell’Italia, a Sud come a Nord, dove più forte è l’incidenza delle disuguaglianze. Potrebbe intervenire concretamente finanziando un piano pluriennale per favorire il tempo scuola, soprattutto nel Mezzogiorno, ma ovunque ve ne sia bisogno. Potrebbe tradurre le preoccupazioni suscitate dai dati INVALSI per migliorare la condizione salariale di chiunque lavori nell’istruzione rinnovando i contratti collettivi di lavoro.

Ogni volta che spuntano dati sulle nostre scuole, ci si strappa le vesti, ma non si fa nulla di veramente strutturale, da parte di chi sta al governo. Ora è giunto il momento di seguire don Lorenzo Milani e la Costituzione, e battersi per una scuola dove è l’uguaglianza delle condizioni di partenza il vero faro che illumina il senso e il percorso delle decisioni politiche. Curiamo gli ultimi e i malati nelle scuole, senza respingerli e senza curare esclusivamente i sani.

 

Il 99% di promossi alla maturità mal si concilia con il 60% di insufficienze in italiano e matematica

da Il Sole 24 Ore – 11/7/2019  Giorgio Allulli

 

Due dati importanti emergono dalla nuova rilevazione Invalsi sugli apprendimenti degli alunni italiani (rilevazione peraltro sempre più inclusiva e strutturata, con l’utilizzo del computer nella scuola secondaria): il primo è noto, e riguarda i dislivelli esistenti negli apprendimenti tra le diverse regioni italiane, ed in particolare tra alcune regioni del Sud (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna in testa) riguardo al resto del Paese e soprattutto riguardo alle regioni settentrionali. E’ un dislivello che si intravede già nei primi livelli di scolarità e diventa via via più consistente man mano che si sale ai livelli superiori di istruzione, fino alla scuola secondaria di secondo grado, dove il divario tra il Nord e il Sud cresce con una differenza che in seconda secondaria superiore è di 24 punti, ed in quinta classe secondaria superiore sale ancora, attestandosi a 28 punti. Andamento simile si riscontra per la matematica, dove nella scuola secondaria di secondo grado il divario tra le aree geografiche italiane raggiunge i 33 punti fra il risultato del Nord Est e quello del Sud e Isole.

I dubbi sull’autonomia

Di fronte a tale divario di rendimenti, che si ripete puntualmente ogni anno, nonostante i molti interventi effettuati, è d’obbligo chiedersi se la concessione di una forte autonomia alle Regioni in materia d’istruzione sia la soluzione più appropriata, o non corra piuttosto il pericolo di rafforzare le disparità esistenti, come dimostra peraltro la storia della formazione professionale, di competenza regionale, che vede profondissimi divari di efficienza e di efficacia tra i diversi sistemi regionali, divari ben superiori a quelli che si registrano nel sistema scolastico. Opportuno appare invece, per affrontare questo fenomeno, un coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, istituzionali e non, per declinare specifici progetti territoriali, tarati sui fabbisogni locali, come proposto dallo stesso Miur.

La fotografia alla fine delle superiori

Del tutto nuovi appaiono invece i dati riguardanti l’ultimo anno di scuola secondaria superiore. Com’è noto le prove Invalsi dell’ultimo anno erano destinate a far parte del processo degli esami di Stato, da cui sono stati invece espunti, per decisione del ministro Bussetti. Ciononostante la somministrazione di queste prove ha visto un’alta partecipazione di studenti, oltre il 90%, fornendo così importanti informazioni sull’andamento di questo livello di istruzione, completando il quadro conoscitivo dell’intero percorso scolastico. Dalla notevole mole di informazioni che emerge dai risultati di questa nuova prova colpisce particolarmente un dato, messo in evidenza dall’Invalsi: a livello nazionale, gli studenti che ottengono risultati adeguati (rispetto al livello scolastico frequentato) o più elevati sono:

•in Italiano il 65,4%

•in Matematica il 58,3%

•in Inglese (reading): 51,8%

•in Inglese (listening): 35%.

Di fronte a questi risultati la domanda che sorge spontanea è: come è possibile che, nonostante questi rendimenti, negli esami di Stato venga promosso oltre il 99% degli studenti? È vero che la valutazione condotta dall’Invalsi è cosa diversa dalla valutazione condotta dai docenti, operazione certamente più delicata e complessa, ma è anche vero che in questo modo si concede a molti studenti una certificazione finale di raggiungimento di determinati livelli di apprendimento che invece non sono stati raggiunti, e questo a tutto scapito di quegli stessi studenti che ricevono una certificazione che non ha nessun valore. È evidente che questo problema non coinvolge solo lo svolgimento dell’esame di Maturità ma tutto il percorso scolastico. E rischia di apparire schizofrenico all’occhio di un osservatore esterno.

 

Prove Invalsi 2019, alunni del Sud arretrano. Ricci: grosso danno al Paese, fondamentale avere docenti validi

Tecnicadellascuola – 11/7/2019 – Alessandro Giuliani

 

La quota di alunni delle regioni del Nord-Est che hanno raggiunto risultati soddisfacenti nelle prove Invalsi 2019 è in linea con i livelli internazionali. Anche nelle altre zone del Centro-Nord, il livello generale appare più che sufficiente. Ben diversi sono gli esiti emersi al Sud, dove le competenze sono in media decisamente più basse, con preoccupanti picchi negativi in alcune regioni, a partire della Campania. Il timore è che al Meridione vi siano classi segregate, ovvero composte per livelli di competenze. I dati emergono degli ultimi dati Invalsi, presentati a Roma all’interno del Rapporto 2019. Su questi risultati, La Tecnica della Scuola ha intervistato Roberto Ricci, responsabile nazionale delle prove Invalsi.

Numeri a confronto: il gap aumenta con il livello scolastico

“Le differenze che emergono nel 2019 – spiega Ricci – sono quelle principalmente in parte già conosciute, ovvero tra il Centro-Nord da un lato ed il Sud dall’altro. La cosa che emerge con forte con rilevanza è che queste differenze anziché ridursi con il passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, invece aumentano e diventano più rilevanti”.

Serve una riflessione generale

A proposito dell’alto gap territoriale, Ricci ha detto che “abbiamo alcune zone del Paese, in particolare del Mezzogiorno – Calabria, Sicilia, Sardegna e Campania – dove il numero di studenti che non raggiunge i livelli adeguati di preparazione è piuttosto alto. È da qui che dovrebbe ripartire una riflessione generale, che chiama tutti in causa per affrontare seriamente e serenamente questo problema”.

Le femmine più brave in Italiano e Inglese

“Le differenze di genere si confermano anche quest’anno con i ragazzi in vantaggio rispetto alle ragazze in matematica e, al contrario, per l’Italiano e l’Inglese. Al di là di queste piccole differenze – ha continuato l’esperto dei test Invalsi -, credo che dobbiamo tutti riflettere perché non dare uguali opportunità ai maschi e alle femmine, ma soprattutto a queste ultime, quindi in particolare in Matematica, significa fare un danno alle ragazze ma anche all’intero Paese. Perché le ragazze hanno, in generale, risultati scolastici migliori, profondi e più solidi”.

Il bravo docente serve sempre e comunque

Interpellato su come i docenti possono agire sugli studenti, Ricci ha ricordato che “l’apporto di un insegnante valido e preparato è fondamentale, sempre e comunque”, sia in aree territoriali più agevoli, sia in quelle più difficili per il contesto scolastico: “questo è nella storia di ciascuno di noi”, ha sottolineato il responsabile delle prove Invalsi.

Sui rimedi da adottare per migliorare le competenze degli alunni più indietro, infine, Ricci ha auspicato “che si possa da domani prendere in mano le indicazioni nazionali che ci dicono già tantissimo, lavorare concretamente su risultati, magari aiutandosi anche, seppure in modo non esclusivo, con gli esempi forniti dall’Invalsi”.

 

Video RICCI

Video AIELLO

 

 

Invalsi, status socio-economico famiglia influisce su punteggi prove

da Orizzontescuola – 12/7/2019 - redazione

 

Il rapporto sulle prove Invalsi ha mostrato, oltre al divario tra Nord e Sud e le difficoltà in generale dei nostri alunni, il peso della famiglia nell’ambito dei processi di apprendimento.

L’Invalsi evidenzia che c’è una correlazione positiva tra status socio-economico e punteggio nelle prove.

Più elevato è lo status, migliori sono i punteggi.

La relazione suddetta, scrive l’Invalsi, non è deterministica, ma in media gli alunni che partono da condizioni più favorevoli conseguono migliori risultati degli alunni svantaggiati e viceversa.

Di seguito il grafico che mostra quanto detto sopra:

Il rapporto

 

 

Non italiano quasi il 10% di studenti

da Il Sole 24 Ore – 12/7/2019

 

Sono 842mila gli studenti che non hanno cittadinanza italiana, ma di questi il 63% è nato in
Italia.

Il focus Miur
È quanto emerge dall’approfondimento statistico del Miur, relativo agli alunni con cittadinanza non italiana delle scuole di ogni ordine e grado. I dati sono riferiti all’anno scolastico 2017/2018. Complessivamente le scuole italiane hanno accolto 8.664.000 studenti, di cui circa 842.000 con cittadinanza non italiana pari al 9,7% della popolazione studentesca complessiva (erano il 9,4% nel 2016/2017).

La distribuzione regionale
Sul totale degli studenti con cittadinanza non italiana, la percentuale dei nati in Italia è pari al 63,1%. I Paesi maggiormente rappresentati sono Romania (18,8%), Albania (13,6%), Marocco (12,3%) e Cina (6,3%). Il dato nazionale del 9,7% di alunni di origine migratoria riassume una distribuzione territoriale tutt’altro che omogenea. La Lombardia è la Regione con il più alto numero di studenti con cittadinanza non italiana (213.153), circa un quarto del totale presente in Italia (25,3%). Le altre Regioni con il maggior numero di studenti stranieri sono Emilia Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte che ne assorbono una quota compresa all’incirca tra il 9% e il 12%.

 

 

La priorità negata: studiare

da Corriere della sera – 12/7/2019 - Daniele Manca

 

Quasi la metà dei maturandi è «analfabeta» in matematica. Un bambino su due in Calabria fa fatica a comprendere un testo in italiano. Solo il 35% dei ragazzi che frequentavano il quinto anno delle superiori ha superato pienamente la prova d’ascolto dell’inglese. Un’Italia divisa in due con un Nord che riesce ad assicurare una sufficiente preparazione ai propri studenti e un Sud che arranca. La radiografia presentata dai test Invalsi è impietosa. Ma quanto i giusti «innegabili motivi di preoccupazione» avanzati dal ministro della Pubblica istruzione, Marco Bussetti, riusciranno a incidere sulla scorza di un Paese abituato a troppe «emergenze»? E quanto diventeranno una priorità per la politica, il governo e le classi dirigenti italiane?

Le parole «crescita», «lavoro», «sviluppo» fanno parte del lessico quotidiano di chiunque abbia un ruolo pubblico, ministro o politico di turno. Ma sembrano essere diventate ormai un ronzio, un rumore di fondo che sta perdendo di significato. Altrimenti non avremmo dovuto aspettare i risultati dell’Invalsi per accorgerci di quanto la formazione sia una delle, se non la priorità principale, per un Paese che non vuole guardare al futuro con timore. Non assisteremmo a continui provvedimenti tampone del governo che di strutturale non hanno nulla. Misure emergenziali valide appunto forse nell’immediato e per il consenso ma che non guardano al lungo periodo.

L’ istruzione è un esempio, purtroppo, di un approccio mirato al breve periodo. Approccio caratteristico dell’attuale come di altre maggioranze passate.

Nel rapporto Assonime 2019 (l’associazione che raccoglie le società per azioni), si sottolinea come uno dei grandi problemi che zavorrano l’Italia è quello di una scarsa produttività che è alla base della mancata crescita. Le singole imprese possono avere anche livelli di eccellenza elevati (se non fosse così la nostra economia affonderebbe), ma è la produttività generale di sistema che non regge. Lo dimostra il fatto che l’Italia è il fanalino di coda nella crescita in Europa. Ma anche che, prendendo a riferimento il 1995 e fatta 100 la produttività, oggi il nostro Paese è a quota 107, mentre i 19 membri dell’area euro (senza l’Italia) sono a 126, gli Stati Uniti a 156. Un divario così elevato si può pensare di colmarlo solo attraverso quelle che vengono chiamate riforme strutturali come la velocizzazione della giustizia civile e la semplificazione burocratica. Ma soprattutto si deve poter contare su un sistema educativo che deve essere in grado di preparare le persone che dovranno concretamente contribuire alla crescita.

Nel 2018 in Italia le persone che avevano un diploma, tra i 25 e i 64 anni di età, erano poco più del 60% contro una media europea che arrivava quasi all’80% (dati Eurostat). Gli italiani tra i 16 e i 74 anni che dichiaravano un alto livello di competenza digitale erano il 19% rispetto a una media Ue del 31%. In Germania la percentuale era al 37%, nel Regno Unito al 46%. Noi eravamo dietro a Ungheria (26%), Grecia (22%) e davanti solo a Bulgaria (11%) e Romania (10%). Tra i 30 e i 34 anni gli italiani laureati, sempre nel 2018, erano il 27,8% contro una media europea del 40,7%. Con questi numeri e questa preparazione l’Italia pensa davvero di poter affrontare i prossimi anni che saranno caratterizzati da una tecnologia sempre più pervasiva, da una globalizzazione e da un’economia indifferente ai muri che qui e là si vogliono innalzare?

Ieri i risultati dei test Invalsi ci hanno ricordato con i numeri qual è lo stato del Paese. Ma nessuno ci farà dimenticare quanto proprio quei test siano stati oggetto di boicottaggio persino dentro le stesse strutture scolastiche che dovrebbero essere le prime a voler misurare la propria efficacia. Boicottaggio che continua ancora oggi e che è il simbolo di quell’Italia che non ama il merito, che non capisce come una sana competizione e concorrenza siano vitali per la crescita. Che è pronta persino a non riconoscere e valorizzare le sue eccellenze pur di crogiolarsi nella sua continua fuga dalla realtà alla ricerca perenne di alibi per poter non agire.

 

 
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