Dibattito/La solitudine e i rapporti sociali


L'affetto al di là delle regole

Vincere la solitudine e promuovere i rapporti sociali

Osservatore romano – 5/11/2019 - di Pierluigi BANNA

Agostino, nel suo Commento al Vangelo di Giovanni, non ha temuto dì citare un verso del poeta pagano Virgilio, che richiama l'attrazione del pastore Coridone per il giovane schiavo Alessi: «trahit sua quenrque voluptas ("ciascuno è attratto dal suo piacere")».

Non aveva timore il vescovo cristiano di rievocare nell'animo dei suoi fedeli quell'attrazione che accende il cuore umano e, nelle forme più diverse, lo mette in moto alla ricerca della verità, perché l'uomo è mosso dal desiderio più che dalla necessità, dal piacere più che dalla costrizione.

Il legame tra piacere e verità sembra oggi tristemente consegnato a una divaricazione tra istinti e regole. Siamo portati a relegare il piacere nello spazio pur sempre controllato ed evanescente delle pulsioni, lasciando alle verità il terreno del dovere, dell'adempimento di quelle regole sociali condivise e ritenute giuste, ma incapaci di suscitare la nostra affezione.  Quella cartilagine dell'animo umano che articola il piacere e la verità, che si chiama affezione, sembra del tutto usurata.

I nostri ragazzi, che sempre sono lo specchio più spietato delle nostre debolezze, ci rivelano spudoratamente quante regole (celate anche dietro il più manifesto libertinaggio) gravano il loro animo rendendoli privi di piacere, incerti e disinnamorati, già alla loro età. Sono pieni di regole, anche nel divertimento, ma privi di affetti totali.

Così scrive uno di loro ciel sabato sera: «L'unico momento dì libertà nella monotona settimana ha il suo apice nel sabato sera. (...) In una serata vuota, in cui nessuno è più sé stesso, a causa di maschere, oppure perché reso irriconoscibile da altro, dove finisce quella promessa di felicità?

Dov'è ora la formula magica? (...).

Come guardare, allora, a questa "fregatura"?

E com'è possibile provare, proprio di sabato sera, questo tipo di solitudine"?».

Anche il sabato sera non basta, anzi rende più evidente la mancanza di questo affetto, di un affetto dominante, cioè la comunicazione di un senso che metta in moto, attragga e renda piacevole tutta la loro vita.  L'affezione non è solo un "perdere la testa" per qualcosa, ma è una forza motrice del desiderio che riempie tutta la vita di un'ipotesi positiva. Non è solo sentimento, è quel legame che a sua volta tesse legami tra persone e situazioni, perché — come continuava Agostino — «l'uomo corre dove si sente attratto; è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione; è il suo cuore che rimane avvinto».

E solo per un'attrattiva mobilitatrice di tutta l'affezione umana che anche il dovere quotidiano si riempie di gratuità e il tempo libero di creatività, scalzando da quel senso di «libertà obbligatoria» dì cui parlava Giorgio Gaber. E solo per un'affezione, infatti, che uno può entrare in ufficio fischiettando e offrendo il caffè ai propri colleghi, come è solo per un'affezione che al rientro da lavoro si cerchi di vivere qualcosa di bello e di nuovo. Il legame affettivo è espresso in greco da quella parola Logos, che indica nella sua radice sia la ragione, sia il legame, perché il riverbero soggettivo di una verità incontrata è il piacere di legare sé e tutte le occasioni della propria vita a quella scoperta.

Anche in ambito cristiano, forse anzitutto in questo ambito, si sente la nostalgia di parole e di persone che come Agostino richiamino al piacere della verità. La ripetizione di formule dogmatiche da una parte e l'invito a un responsabile impegno sociale dall'altra sembrano camminare sue due binari paralleli, riproposti dalla ormai logorante contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti. Entrambi sembrano essersi dimenticati di parlare di piacere, di attrattiva con cui continuava il suo discorso il vescovo ili un tempo: «Questa rivelazione è essa stessa un'attrazione».  L'attrattiva di un Dio che si fa uomo per i cristiani si ripercuote nell'attenzione che si ha persino per una foglia caduta per terra. Mi sovviene, in proposito, un episodio della vita di don Giussani, riportato nella biografia di Alberto Savorana, quando un professore di teologia scorse il giovane seminarista raccogliere una foglia caduta per terra nel grande quadriportico del seminario di Venegono e commenta: «Questo è il cristianesimo!». Lo stesso seminarista, ormai sacerdote carico di anni e di esperienze, racconta a una giovane amica: «Dentro questa foglia c'è qualcosa d'altro (...). Per il cristiano il creato sussulta, il creato vibra, il creato è una parola».

La partita è aperta, in questo senso, tra giovani e meno giovani, nella società plurale in cui ci troviamo. Chi oggi, di qualsiasi estrazione sociale e religiosa, si vuole prendere il rischio di comunicare un affetto dominante ai propri compagni di strada, più piccoli e più grandi, senza essere intimorito dall'accusa che ogni comunicazione di sé è un plagio nei confronti dell'altro? Potrà puntare sul piacere e non sulla costrizione, solo un uomo che ha trovato così tanto gusto per la verità che ogni suo gesto e ogni sua parola, trasmettano un'attrattiva; un uomo che prima di proporre gesti e parole, non ha paura di ridestare la sete di piacere dell'altro.




 
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