Dibattito/Dirigente datore di lavoro o leader educativo?


Dirigente scolastico: datore di lavoro o leader educativo?

La legislazione attuale ha trasformato il preside da leader educativo a tecno-burocrate. Ne vengono molte contraddizioni. Anche in materia di sicurezza

IlSussidiario - 14.12.2019 - Maria Paola Iaquinta

Il problema della sicurezza a scuola è recentemente tornato alla ribalta della cronaca. Il ripetersi improvviso di crolli di soffitti e solai negli edifici scolastici dal Nord al Sud del paese ha riacceso il dibattito circa l’adeguatezza del quadro normativo attuale a fronte di proposte di riforma che si sono susseguite fin dal recente passato.

Nel mese di ottobre scorso più di 600 presidi da tutta Italia si sono ritrovati a Roma, sfilando simbolicamente sotto il ministero dell’Istruzione con tanto di gilet e casco di sicurezza, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di tutelare la salute di alunni e lavoratori della scuola.

In Italia, a differenza di quanto accade all’estero, il dirigente scolastico ha assunto la qualifica, e le connesse responsabilità civili e penali, di datore di lavoro. Assieme a questa, nell’ultimo ventennio sono state assegnati al dirigente scolastico anche molti altri compiti amministrativi complessi, quali la tutela della privacy, il controllo delle vaccinazioni obbligatorie, i contratti di lavoro, le immissioni in ruolo, i pensionamenti, la difesa in giudizio dell’amministrazione e quant’altro. Tali incombenze professionali corrono il rischio di essere la causa della trasformazione del ruolo del preside italiano da leader educativo a “burotecnocrate”.

Questa tipologia di profilo lavorativo, unitamente alla responsabilità penale quasi “oggettiva” che emerge dall’attuale quadro normativo in tema di sicurezza, sta avendo come conseguenza l’allontanarsi dell’azione professionale del dirigente scolastico dalle emergenze educative e culturali, che dovrebbero invece costituire il cuore della sua mission lavorativa. La professione del preside in Italia ha assunto oggi caratteri contraddittori, attraversa una crisi che non accenna a diminuire e pone una domanda al momento senza risposta: dirigente scolastico “datore di lavoro” o preside “leader educativo”?

Secondo la normativa che riconosce l’autonomia alle istituzioni scolastiche, le scuole italiane avrebbero dovuto radicarsi nella comunità locale, in stretta alleanza con i soggetti istituzionali del sistema formativo integrato, permettendo dunque la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica secondo un’ottica di sussidiarietà. Purtroppo le “carte” e le continue scadenze asserragliano sempre più il preside all’interno degli uffici, lo trasformano in un tuttologo, lontano dalla vita pulsante della scuola; per scongiurare refluenze di carattere penale e patrimoniale, il dirigente scolastico è costretto a delegare ciò che è indelegabile, il cuore della sua professione, e cioè il governo puntuale e partecipato dell’ideazione, attuazione, monitoraggio e miglioramento delle politiche educative nella comunità in cui vive ed opera. C’è una soluzione a tutto questo?

Sappiamo che la ratio del quadro normativo in tema di sicurezza dovrebbe essere preservare la salute dei cittadini, principio di rilevanza costituzionale. Con il Dm 292/1996, per le istituzioni scolastiche sono stati individuati come “datori di lavoro”, ai sensi e per gli effetti del decreto legislativo 626/1994, i dirigenti scolastici, ai quali pertanto fanno capo i compiti e le responsabilità previsti dalla normativa di riferimento. Il decreto legislativo 626/1994 è stato novellato dal decreto legislativo 81/2008, che, all’articolo 2, definisce il datore di lavoro come “il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”.

Ricordiamo genesi e motivazioni del decreto 81. Esso viene approvato il 9 aprile 2008 a distanza ravvicinata da due terribili tragedie sul lavoro: la strage degli operai della linea 5 nella fabbrica ThyssenKrupp a Torino e la morte dello studente Vito Scafidi al liceo Darwin di Rivoli a causa del crollo di un controsoffitto. È da notare che il Dlgs 81 avrebbe dovuto essere seguito dall’emanazione di decreti applicativi per ciascun settore lavorativo. A tutt’oggi, a più di dieci anni dall’emanazione, non è stato ancora esitato alcun decreto nel campo dell’istruzione pubblica.

Nell’ordinamento giuridico italiano è pure in vigore la legge 23/1996, in materia di competenze degli enti locali, la quale all’articolo 1 esplicita le seguenti finalità: “1. Le strutture edilizie costituiscono elemento fondamentale e integrante del sistema scolastico. Obiettivo della presente legge è assicurare a tali strutture uno sviluppo qualitativo e una collocazione sul territorio adeguati alla costante evoluzione delle dinamiche formative, culturali, economiche e sociali. 2. La programmazione degli interventi per le finalità di cui al comma 1 deve garantire: (…) c) l’adeguamento alle norme vigenti in materia di agibilità, sicurezza e igiene; … g) la piena utilizzazione delle strutture scolastiche da parte della collettività”.

All’articolo 3, vengono esplicitate le competenze degli enti locali: “…provvedono alla realizzazione, alla fornitura e alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici (…) Gli enti territoriali competenti possono delegare alle singole istituzioni scolastiche, su loro richiesta, funzioni relative alla manutenzione ordinaria degli edifici destinati ad uso scolastico. A tal fine gli enti territoriali assicurano le risorse finanziarie necessarie per l’esercizio delle funzioni delegate”. A chi compete dunque la tutela della sicurezza di alunni e lavoratori in campo scolastico?

A fronte di questo complesso quadro normativo è d’obbligo effettuare alcune riflessioni.


Presidi e sicurezza scolastica, le leggi da cambiare

- Maria Paola Iaquinta

La definizione puntuale di ruoli, competenze e risorse in tema di sicurezza scolastica rappresenta un’urgenza non più rinviabile. Ecco le leggi da cambiare

La scelta di incardinare nel preside la qualifica di datore di lavoro ha dato luogo alla nascita di una figura “ibrida”, un dirigente responsabile penalmente e patrimonialmente il quale, oltre a non possedere specifiche competenze in campo ingegneristico, non ha né poteri di spesa né decisionali.

Tutti sappiamo che la scuola è inserita in un sistema formativo integrato in cui gli enti preposti hanno come obbligo quello di agire in sinergia con la comunità scolastica allo scopo di attuare il diritto all’istruzione di tutti gli alunni. Se si vuole realmente tutelare a scuola la sicurezza di bambini, ragazzi ed adulti, occorre chiarire ruoli e competenze degli attori del sistema formativo territoriale. Normativa e comune sentire individuano lo specifico della professione del preside nell’essere “leader educativo” e non “direttore dei lavori”.

Nell’articolo 16 del citato Dl 81, dedicato alla delega di funzioni datoriali in tema di sicurezza e che bene si potrebbe attagliare all’attuale ruolo rivestito dal dirigente scolastico, si evidenzia come conditio sine qua non per l’ammissibilità della delega l’attribuzione al delegato dell’autonomia di spesa necessaria allo svolgimento delle funzioni delegate.

La norma evidenzia un concetto interessante circa l’autonomia di spesa da parte del soggetto che ha in capo la responsabilità. Esiste una vera autonomia della scuola quando i fondi da utilizzare sono vincolati e finalizzati? Esiste autonomia quando i fondi sono limitati e insufficienti? Esiste autonomia quando parte rilevante degli interventi da porre in essere incida su una proprietà altrui e sia soggetta a regole e vincoli che riguardano in via esclusiva o prevalente il proprietario? La scuola ha l’obbligo di erogare un pubblico servizio, ma se non si hanno i mezzi come si fa?

Preso atto della situazione attuale, è diventato quanto mai urgente aprire alcuni fronti di riflessione allo scopo di realizzare un miglioramento dell’attuale quadro normativo italiano.

La prima proposta di miglioramento del quadro normativo è dunque quella di rivedere i testi di legge a partire dal decreto 81: occorre distribuire in modo razionale la responsabilità in tema di sicurezza tra i vari attori del sistema formativo integrato, individuandoli specificamente, visto che paradossalmente in quasi 1.200 pagine di legge di cui consta il decreto 81 la cosa più importante risulterebbe al momento la meno chiara. Successivamente a ciò, i decreti attuativi del decreto 81 potrebbero essere proficuamente emanati e attuati.

Nelle more di poter affrontare il nodo della modifica legislativa del decreto 81 e delle norme a esso collegate, sarebbe opportuno che il problema della sicurezza nelle scuole venisse affrontato introducendo clausole di salvaguardia dei soggetti coinvolti – utenza, dirigenza, amministrazione e responsabili degli enti locali – socializzando le eventuali responsabilità derivanti da situazioni che non è stato possibile prevenire, ad esempio attraverso forme efficaci di coperture assicurative che consentano un serio ristoro dei danni patiti, evitando così l’accanimento nella ricerca di un capro espiatorio cui addossare ogni responsabilità pur in assenza di una colpa diretta.

La definizione puntuale di ruoli, competenze e risorse in tema di sicurezza scolastica rappresenta un’urgenza non più rinviabile, attestata anche dalla recente istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati.

La politica comincia a occuparsi del problema della sicurezza scolastica: è quanto emerso nel seminario “Quale futuro per la prevenzione degli infortuni nelle istituzioni scolastiche, rischio comportamentale e nuovi paradigmi educativi”, che si è svolto il 28 novembre scorso nella sala dell’istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato. Un cambio di passo viene richiesto: è urgente tutelare la salute di alunni e lavoratori e pure porre rimedio alla condizione di declino culturale del paese, la quale emerge impietosamente in ogni statistica nazionale ed internazionale in cui l’Italia finisce per essere fanalino di coda, con buona pace dell’emergenza educativa e culturale dalla cui gestione i dirigenti scolastici vengono quotidianamente distolti.

 


 

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home