Riapertura scuole: rientro in classe o perdiamo una generazione di giovani


Berlinguer: rientro in classe o perdiamo una generazione di giovani

Il Sussidiario -  27.08.2020 - int. Luigi Berlinguer di Lucio Valentini

 

Per l’ex ministro dell’Istruzione la scuola va riaperta senza esitazione per evitare conseguenze gravissime. Assunzione di docenti inevitabile

L’unica certezza sulla scuola, dopo che l’incontro tra governo, regioni ed enti locali ha portato a un nulla di fatto, sono le assunzioni: la ministra Azzolina ha annunciato 70mila dipendenti in più tra personale docente e non grazie ai fondi stanziati nel Dl agosto, dove un miliardo è destinato alla scuola.

Ne abbiamo parlato con Luigi Berlinguer, ex ministro dell’Istruzione nei governi Prodi e D’Alema, durante la prima stagione del centrosinistra. Per lui, le assunzioni sono “una scelta obbligata” per non inceppare il meccanismo di stabilizzazione dei precari. Sulle possibilità di fornire i banchi in tempo è positivo, anche se, personalmente, preferiva “i banchi in legno proposti da Renzo Piano, per motivi ecologici e per l’occupazione che avrebbero garantito”.

Berlinguer esprime con parole chiare concetti di sinistra: “Come diceva don Milani, quelli ‘del piano di sopra’ se la cavano. È la classe sociale medio-bassa che ha un bisogno vitale della scuola per elevarsi: l’ingiustizia più odiosa è la differenza tra chi sa e chi non sa”. E la situazione è già grave, “lo certificano i test Invalsi”.

Qual è il rischio di un mancato rientro a scuola per una generazione che ha già perso tre mesi di istruzione in presenza?

È un rischio letale, intellettualmente mortale. La scuola va assolutamente riaperta, qualsiasi esitazione è un atto di irresponsabilità politica. Don Milani diceva “quelli al piano di sopra se la cavano”: chi ha i mezzi economici trova altre soluzioni. Ma la maggior parte, soprattutto chi ha meno risorse, capitola: l’ingiustizia più odiosa è la differenza tra chi sa e chi non sa. Ci sono pericoli sanitari da non trascurare, ma non possono essere una ragione perché la scuola non riprenda a pieno ritmo.

I protocolli della ministra Azzolina, col loro linguaggio burocratico, sembra non prendano troppo in considerazione i danni comportati dall’istruzione a distanza. Lei che ne dice?

Rischiano di non considerarli con la dovuta energia. Bisogna che la natura della scuola, che è la convivenza degli studenti nell’impresa di apprendere e poi comprendere, venga riaffermata con forza. Non ne possiamo fare a meno. Ma mi faccio anche un’altra domanda.

Prego.

Perché non si è dato ragione a Renzo Piano e non si sono costruiti banchi in legno? C’è troppa plastica: i governanti dovrebbero tenerne conto, visto che i banchi in legno alzerebbero l’occupazione nel paese con un risvolto ecologico. E la sostenibilità è un imperativo.

Per adesso le uniche parole chiare sono sulle assunzioni. È una misura giusta?

È un passaggio obbligato. Non è un’elemosina, è una precondizione del funzionamento complessivo della scuola.

Qualcuno ha detto che stabilizzando e basta chi è già precario non si favorisce il merito dei docenti che verranno assunti. Ha ragione?

La qualità dell’istruzione va verificata, ma senza inceppare il meccanismo.

Quindi sì alle assunzioni. Ma le parole della ministra contro i sindacati, accusati di sabotaggio, cosa le hanno suscitato?

Ascolti, il sindacalismo è una parte essenziale della democrazia. La politica è legittima, così come lo è la discussione.

Il suo è un invito alla mediazione.

Senza mediazione non ci sono decisioni. Le decisioni unilaterali a volte sono necessarie, ma la politica è incontro di interessi e di opinioni diverse.

Per mettere davanti la salute, abbiamo rallentato e forse anche bloccato l’economia, sospeso il voto. La scuola viene prima?

La salute va difesa. Ma guardi la Francia: in pochi giorni ha rilanciato con efficacia il sistema formativo. I test Invalsi indicano le gravi carenze del nostro sistema scolastico, una condanna per l’Italia. Noi dobbiamo richiedere non solo al governo ma a tutto il paese uno sforzo eccezionale perché la scolarizzazione di tutti, che è una condizione di civiltà, sia portata a termine.

C’è anche un rischio dovuto alla mancanza di interazione fisica, che secondo alcuni studi potrebbe non portare a un completo sviluppo cognitivo degli studenti. Lei cosa ne pensa?

L’insegnamento tecnico è importante, ma un contributo essenziale viene dallo sforzo fatto dagli studenti per stare insieme, dove ciascuno fa emergere la propria individualità. C’è un nesso tra l’apprendere e il comprendere che si realizza solo dentro la scuola. Quello che porta i ragazzi dall’imparare al capire.

E tutto questo non può avvenire a distanza.

Le forme tecniche sono varie, la distanza va presa in considerazione. Ma il rapporto fisico collettivo, dentro l’istituzione, e il confronto quotidiano con gli altri è un elemento essenziale: la fisicità della socializzazione è insita dentro il concetto di scuola.

Lei pensa che i banchi arriveranno in tempo?

Non sono totalmente pessimista, però se l’insensibilità culturale e politica verso l’importanza dell’istruzione si consolida e ci rallenta nell’adottare provvedimenti di sviluppo, la pagheremo cara. Anche l’opinione pubblica è troppo spesso indifferente ai problemi della scuola. Se questo non cambia diventeremo un “paesino”, come le indagini Pisa/Invalsi ci stanno iniziando a dire.

 

 

 
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