Apprendimenti scolastici: i pregiudizi che bloccano il miglioramento

  Trepregiudizi che bloccano il miglioramento (e come superarli)

- Giorgio Chiosso

 

Delle scuole “problematiche” o “in difficoltà” non esiste una vera epropria mappatura. Difficile anche l’approccio. Ma una soluzione esiste

Èconsuetudine a ogni cambio ministeriale che giornalisti, esperti di questioniscolastiche, sindacalisti, semplici studiosi rivolgano al nuovo responsabiledel più impegnativo dicastero governativo consigli e raccomandazioni inrelazione a quelle che sono percepite come le urgenze più impellenti. Anche se conun po’ di ritardo ci accodiamo a questa usanza, prendendo spunto da un volumedella Fondazione per la Scuola di Torino sul miglioramento scolastico (Èpossibile una scuola diversa? Una ricerca sperimentale per migliorare laqualità scolastica, Il Mulino 2019).

È ben notoa tutti che accanto a eccellenti scuole d’avanguardia impegnate sul versantedell’innovazione, a scuole connotate da positive tradizioni che danno sicurezzaalle famiglie, esistono anche scuole che, purtroppo, per ragioni diverse –contesti sociali difficili o marginali, popolazione scolastica problematica,dirigenza e docenza impreparata o inefficiente, ecc. – vivono situazioni digrande complessità spesso aggravate dal turn over di dirigenti edocenti, dalla povertà o indifferenza delle comunità locali, dalla difficoltà –e talora anche dall’indifferenza – a capitalizzare le opportunità formative.

Sono queste le scuole che potremmo definire“problematiche” o “in difficoltà” (espressioni meno fortirispetto all’espressione failing schools [scuole fallite] corrente nellacultura scolastica anglosassone) delle quali sicura è l’esistenza, ma incertesono le dimensioni quantitative e la dislocazione topografica.

Eppurequeste scuole – assieme a molti altri fattori – sono co-responsabili deglisquilibri che tutti i rapporti valutativi lamentano in materia di apprendimentie di dispersione nel nostro paese. Se si vuole realmente intervenire econtenere/contrastare le diseguaglianze scolastiche,puntando sulla piena attuazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche è difficile non fare i conti con la realtà delle scuole in difficoltà.

Parlare discuole in difficoltà non è semplice perché nessuno accetta di essereconsiderato “scarso”. Ci rendiamo conto che si tratta di un passaggio nonsemplice. Si tratta, innanzi tutto, di definire i criteri sulla cui base unascuola può chiedere aiuto o può essere qualificata “problematica”, poi disuperare l’idea che individuare una scuola in difficoltà rappresenti un vulnusalla sua dignità, una stigmatizzazione che declassa dirigenza e insegnantiad un livello inferiore. Circola, infine, ancora in numerosi ambienti laconvinzione che qualsiasi intromissione nella vita di una scuola sial’equivalente della visita ispettiva di ottocentesca memoria. Con questipregiudizi non si va da nessuna parte.

In moltiPaesi, specie anglosassoni, l’individuazione e il sostegno alle scuoleproblematiche costituiscono da tempo una prassi consueta. L’appoggio esterno amigliorare non è in alcun modo vissuto come una “punizione”, bensì comeun’occasione di concreto aiuto per superare criticità spesso non imputabili aidirigenti e agli insegnanti o non solo ad essi.

Posto cheesista la volontà politica di andare in questo senso, il successivo passaggioconsiste nella messa a punto delle azioni più efficaci per attuarel’accompagnamento. Le soluzioni già sperimentate altrove suggeriscono variepossibilità d’intervento. Ne facciamo un rapidissimo cenno, solo per dare unasemplice idea del vasto spettro di interventi possibili.

Per esempiosi può prevedere l’assegnazione alle scuole in difficoltà di personale competenteed esperto che ne affianchi tutorialmente l’attività organizzativa e didattica.Ai tutor è affidato in questi casi il compito di svolgere continuativamente perun certo periodo o con scadenza periodica un’azione di supervisione nell’otticadell’“amico fidato” e cioè di una persona che avalutativamente si fa carico deiproblemi altrui.

Altresoluzioni consistono nei cosiddetti “network di miglioramento” e cioèreti scolastiche nelle quali interagiscono scuole eccellenti e scuole inaffanno con la possibilità da parte di queste ultime di mutuare a propriascelta esperienze virtuose.

Inulteriori casi si sono create a livello di dirigenti apposite comunità dilavoro per esaminare e risolvere problemi comuni, unendo le forze evalorizzando le specificità di ciascuna scuola. Interessanti esperienze sonostate anche condotte sul piano della cosiddetta “comprensione compassionevole”.Difficile spingere al miglioramento se, in certe situazioni, non si agisceprima sul morale di dirigenti e docenti.

Ma nessunodi questi interventi sarà possibile senza una serio impegno politico. Perquesta ragione l’invito è rivolto direttamente al ministro Fioramonti.





 

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