ScuolaEuropa/«Non vi sono elementi che indichino un aumento di casi di Covid-19 negli Stati UE dovuto alla riapertura degli isti

 

A Bruxelles dicono: «nessun aumento di casi con le scuole aperte»

Vita.it – 26/6/2020 - Sabina Pignatar

 

«In questomomento non vi sono elementi che indichino un aumento di casi di Covid-19 negliStati membri dell'UE dovuto alla riapertura degli istituti di istruzione eformazione»: a dirlo sono i ministri europei dell'istruzione, riunitisi perconfrontarsi sulle scelte fatte e da fare. Alcuni paesi hanno riaperto lescuole, ma ciascuno sta procedendo in ordine sparso, seguendo tempi e modalitàdiversi. Su un punto, invece, c’è convergenza: il prossimo anno accademico nonci sarà nessuna interruzione del programma Erasmus+. E l'Italia? Oggi l'attesoappuntamento in Conferenza Unificata

Aprire o nonriaprire? Da mesi la graduale riapertura delle scuole è al centro di accesidibattiti e feroci critiche per le possibili conseguenze che questa decisionepotrebbe avere sulla salute del paese. Le domande principali sono due: «Èsicuro riaprire le scuole o esiste il rischio che i contagi tornino a salire?».E: «In che modo le scuole potranno garantire il ritorno in sicurezza distudenti, docenti e personale vario?».

Un aspettosu cui gli scienziati stanno cercando di fare chiarezza è il ruolo che ibambini e gli adolescenti hanno nella trasmissione dell’infezione.Sembrerebbe che il fatto che nei più piccoli siano stati rilevati meno casi eche il tasso di letalità sia molto più basso rispetto agli adulti, non implichinecessariamente che loro siano poco contagiosi. Su questo fronte non c’è ancoraunanimità, perché la pandemia continua ad evolversi (sembrerebbe non in modolineare) e perché ci sono molte caratteristiche del virus che ancora nonconosciamo.

In Italia?
I dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanitàdicono che il 7% dei casi di COVID-19 segnalati negli ultimi 30 giorni riguardasoggetti d’età inferiore ai 18 anni (dati del 25 giugno). Abbiamo però ancorapochi risultati che spieghino la morbilità (cioè la frequenza con cui una datamalattia si manifesta nella popolazione) e sappiamo ancora molto poco su comeil virus si trasmetta. Non essendoci ancora certezza sul ruolo dei bambini edegli adolescenti nella diffusione del virus, in Italia si è deciso di nonriaprire la scuole (eccezione fatta per lo svolgimento dell’esame di maturità).È stato però comunque consentito lo svolgimento dei centri estivi, purchévengano garantite stringenti misure di distanziamento e sicurezza (le lineeguida elaborate dal Governo l’11 giugno hanno validità un mese).

Anche se ilGoverno non lo ha mai detto in maniera esplicita, la scelta di tenere chiuse lescuole è stata dettata dalle difficoltà di conciliare le esigenze di ordinesanitario (in primis il distanziamento) con alcuni limiti che caratterizzano ilnostro sistema scolastico. Tra questi il fatto che gran parte delle aule dellenostre 41mila scuole sono sovraffollate e il fatto che abbiamo i maestri e iprofessori più vecchi di tutta l’Europa (e se ad ammalarsi sono soprattutto glianziani, questo è un rischio per la loro salute). Motivazioni, quindi, chehanno a che fare con la difficoltà di ripensare il sistema scolastico e che,evidentemente, agli occhi di chi governa sono apparsi non solo impegnativi, maanche insormontabili.

A pesare,quindi, non sono state solo ragion di salute pubblica, ma anche questionisociali e culturali che hanno a che fare con il ruolo, la considerazione el’importanza che l’infanzia riveste nel nostro Paese. E se fra i 37 Statidell’Ocse, l’organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, siamoall’ultimo posto per spesa pubblica destinata all’istruzione e deteniamo ilrecord negativo anche per gli stipendi dei docenti, forse è abbastanza evidenteche nel nostro paese l’infanzia non conta un granché.

Ignorate perora le indicazioni del comitato tecnico
A metà aprile la ministra Azzolina aveva istituito un ambizioso tavolo dilavoro a cui è stato affidato non solo il compito di traghettare le scuoleverso la riapertura ma anche di costruire una nuova idea di scuola. Leconclusioni del comitato tecnico (il cui mandato scade il 31 luglio) sonoattese per questi giorni (un documento intermedio era stato prodotto il 27maggio). Fonti interne al ministero però ci riferiscono che di questi documentinon è stato fatto ancora alcun uso. E sottolineano che alcune misure propostedalla ministra, come i divisori in plexiglas, non fossero state affattomenzionate, né ipotizzate, da questi esperti.

A brevevedremo se le nuove indicazioni saranno vagliate con attenzione dalla ministraAzzolina. L’auspicio è che la nostra classe dirigente, il nostro governo, lenostre istituzioni, chi governa insomma, nel riflettere sulla scuola, nonconsideri solo i rischi sanitari, ma anche quelli socio culturali. E non silimiti a considerare la scuola come un ammortizzatore familiare (per cui vannobene i centri estivi, anche quelli improvvisati) ma consideri la scuola(soprattutto) come un motore di sviluppo civile.

A Bruxellesintanto dicono: «nessun aumento dei casi con le scuole aperte»
Tre giorni fa si è tenuta in teleconferenza la riunione dei ministri europeidell'istruzione, la quarta dall’inizio della pandemia. Per l’Italia,oltre alla ministra Lucia Azzolina, ha partecipato anche il ministro GaetanoManfredi, competente sull’università.
In base a quanto riferito dagli esperti, «in questo momento non vi sonoelementi che indichino un aumento di casi di Covid-19 negli Stati membridell'UE dovuto alla riapertura degli istituti di istruzione e formazione». GliStati membri stanno lavorando all'elaborazione di piani per il prossimo annoscolastico/accademico, concordando sul fatto che «l'apprendimento a distanzanon potrà mai sostituire le esperienze di insegnamento e di apprendimento inpresenza». Tuttavia, molti ministri hanno concordato sul fatto che «ledecisioni definitive dipenderanno dalla situazione epidemiologica». In pratica,si procede in ordine sparso. Del resto, sebbene siano state intraprese riformeda diversi decenni, l'autonomia scolastica rimane una questione chiave nell'agenda politicadella maggior parte dei Paesi europei. Su un punto sono però tuttid’accordo: il prossimo anno accademico non ci sarà nessuna interruzione delprogramma Erasmus+: «le attività online si combineranno con un periodoall'estero, in una data successiva, se la situazione lo consentirà».

Cosa fannole scuole in Europa?
Pur con le attuali incertezze, alcuni governi europei hanno già deciso diriaprire le scuole, mentre altri hanno rimandato il ritorno in classe asettembre. Ognuno sta seguendo modalità e ritmi diversi. Secondo quanto riportail sito di informazione Valigia Blu, il primopaese a riaprire (con gradualità) le scuole è stata la Danimarca: durante ilmese di aprile si sono riaperte le porte degli asili e delle scuole elementari,poi a metà maggio sono rientrati gli studenti più grandi. Poi, è stata la voltadella Germania (il 6 maggio, ma ognuno dei 16 länder può comunque decidereautonomamente le modalità). E subito dopo della Francia, dove il ritornoall’asilo e alle scuole elementari è avvenuto su base volontaria (ma non hariscosso un grande successo: è andato a scuola solo il 14% dei bambini). InSpagna, ciascuna delle 17 regioni, sta valutando in base alla situazioneepidemiologica, la possibilità di tornare in aula su base volontaria. Qualchegiorno fa però, Patrizio Bianchi, il coordinatore del comitato degli espertidel Miur, aveva detto che possiamo certamente avvantaggiarci delle esperienzealtrui, ma «il confronto con altri Paesi deve essere molto cauto». Possiamoprendere spunto da modelli vincenti ma non possiamo adottare in toto le buonemisure altrui, perché ogni sistema scolastico ha le proprie peculiarità.

E nel restodel mondo?
Sul sito dell’Unesco, l’organizzazione delle nazioni unite perl'Educazione, la Scienza e la Cultura, è possibile monitorare comesi stanno comportano i governi in relazione alla scuola. Ad oggi in 123 paesidel mondo le scuole sono ancora chiuse (a fine marzo erano 194).L’organizzazione scrive che la riapertura della scuola durante questa crisiglobale non dovrebbe essere solo «un ritorno alla normalità. Anzi, aggiunge,«occorre fare le cose non solo diversamente, ma meglio».

 

 



 

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