Pubblicato il 5 Gennaio 2026.

Fonte: sussidiario.net

Articolo di Roberto Pasolini

L’introduzione del buono scuola nazionale è una svolta che interroga le associazioni promotrici e anche quelle che sono rimaste fuori

C’è da augurarsi che il 30 dicembre 2025 diventi una data ricorrente quando si parlerà di scuola paritaria, come è avvenuto per il 10 marzo 2000, data di approvazione della legge che ha introdotto la parità scolastica nell’ordinamento giuridico dell’Italia.

Ho avuto la fortuna di essere parte attiva in entrambe le azioni di impegno democratico che hanno condotto ai due risultati, ma, senza nulla togliere all’approvazione della legge 62/2000, la cui esistenza ci ha permesso di pensare all’avvio del buono scuola nazionale, credo che questo secondo risultato assuma, oggi, un’importanza ancora più forte; sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista giuridico, sia per l’opinione pubblica.

La motivazione di questa mia affermazione si fonda sul fatto che l’approvazione del buono scuola si basa sulla riscoperta e la rivalutazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione che, per il combinato disposto degli articoli 3, 30, 31, 33, 34, 118, dispone che il diritto alla libera scelta educativa è, per i genitori, un diritto costituzionale.

Questo ha prodotto due effetti positivi: il rimettere la scuola paritaria e i valori che ne avevano ispirato l’approvazione al centro di un dibattito dopo più di vent’anni di progressiva marginalizzazione e disattenzione politica; ha contribuito, inoltre, a chiarire al mondo politico che l’attenzione richiesta non ha caratteristica assistenziale, come spesso è recepita, o di sostegno alle scuole che garantiscono il pluralismo educativo nel Nostro Paese, ma è un intervento utile per consentire alle famiglie di poter esercitare un diritto costituzionale. Un principio giuridicamente fondamentale, tanto da far affermare alle associazioni familiari, in uno dei loro recenti comunicati, che “la mancata concreta azione politica sarebbe da considerare una palese violazione del dettato costituzionale”.

La seconda motivazione ha una chiara valenza giuridica. La legge 62/2000 non ha mai avuto in realtà decreti attuativi, ad eccezione delle disposizioni amministrative utili alla richiesta per ottenere il riconoscimento formale di scuola paritaria. L’introduzione del buono scuola nazionale è, in effetti, una prima norma attuativa che riconosce il valore giuridico della legge 62/2000.

Essa inaugura una nuova stagione normativa di possibili altri decreti attuativi che consoliderà nell’opinione pubblica e nel mondo politico la presenza della scuola paritaria, la sua pari dignità nell’unico sistema nazionale di istruzione e formazione per i valori che rappresenta da un punto di vista educativo, ma, soprattutto, per l’attuazione del pluralismo educativo, che la giurisprudenza della Corte di giustizia di Strasburgo considera un presidio fondamentale della democrazia.

La terza motivazione ha un carattere fondativo. Fin dal suo nascere, l’attuazione della legge 62/2000 è stata impostata in modo sbilanciato a favore delle istituzioni scolastiche per dare loro una giusta veste di sistema necessaria per rispondere alla funzione legata al principio del pluralismo educativo. Ne è evidenza il fatto che, per più di vent’anni, la quasi totalità delle risorse stanziate sono state destinate alle scuole. L’azione svolta per ottenere l’avvio del buono scuola nazionale ha messo in evidenza che il vero destinatario della legge di parità è la famiglia, unica depositaria, secondo Costituzione, del diritto/dovere di educare ed istruire i figli.

La conferma trova fondamento nella Costituzione, ma emerge nelle parole del legislatore, il compianto ministro Luigi Berlinguer, che oltre ad ottenere l’approvazione del principio che la parità è un diritto civile di tutti i cittadini di qualsiasi estrazione sociale, culturale e religiosa e non un privilegio “per le scuole dei preti” (come gridavano nelle piazze gli oppositori del tempo), ribadiva anche all’interno del proprio partito che “la legge di parità è una legge di sinistra perché permette alle famiglie meno abbienti di poter usufruire di servizi che altrimenti sarebbero possibili solo ai ricchi”.

Se leggete i giornali di questo ultimo mese, le dichiarazioni degli oppositori sono state estremamente ridotte e flebili, rispetto al passato, quando si parlava di aiuti alla scuola paritaria (ai quali essa ha comunque diritto). Motivo: oggi l’intervento è destinato alla famiglia per permetterle di esercitare un suo diritto costituzionale.

Come ho detto ai compagni di questa avventura, non siamo arrivati al traguardo, ma siamo al punto di partenza e se vogliamo sperare di poter continuare sulla strada aperta con questo risultato per ottenerne altri a completamento, sarà importante capire “la forza dell’unità”, come ha ben evidenziato Giuseppe Zola nella recente lettera a questa testata, indicando anche i nomi delle associazioni del gruppo che con me hanno lottato con determinazione fino al successo.

Come scrivevo nel mio ultimo articolo, il gruppo di associazioni che hanno condotto questa battaglia democratica senza tentennamenti anche quando le difficoltà sembravano rendere impossibile il risultato, lo hanno, invece, reso straordinariamente possibile perché vi hanno creduto fino in fondo, senza mollare mai.

Il gruppo delle associazioni che hanno lottato per rilanciare il diritto costituzionale della libertà educativa era composto da ben 24 enti (tutti), mentre il gruppo che ha condotto la battaglia per il buono scuola, pur numeroso, si è ridotto a 17, nonostante l’inserimento di un paio di associazioni familiari in più

Come ho ricordato, ho combattuto entrambe le battaglie, ma mi è difficile dimenticare che dopo la prima grande vittoria del 2000, frutto di un grande lavoro unitario di 34 associazioni, i risultati ottenuti, l’elezione in Parlamento di amici che avevano lottato con noi, la presenza di un Governo favorevole (Berlusconi, ministro Moratti) ha fatto credere alle associazioni che, avendo propri referenti, ognuno potesse agire in maniera indipendente, cercando di ottenere il meglio per i propri associati e rompendo, di fatto, l’unità. Conosciamo il risultato: più di vent’anni di disattenzione e silenzio con il contributo ordinario fermo, nell’importo, al 2005.

Non facciamo lo stesso errore! Il lavoro del 2025 dovrebbe aver insegnato quanto sia vero che “uniti si vince”. Siamo riusciti non solo a rilanciare l’attenzione, ma anche (miracolo) ad ottenere un risultato concreto come l’avvio del buono scuola nazionale. “Divide ed impera” dicevano i romani, che nella sostanza significa “divisi si perde”.

Le 17 associazioni debbono tornare ad essere 24, anzi 26. Se vogliamo ottenere altri risultati occorre capire che le diversità di ogni associazione sono una ricchezza per tutti e dobbiamo essere capaci di fare sintesi, con unità di richieste e azioni. Questo ci darà credibilità politica e possibilità di raggiungere i traguardi che auspichiamo: piena attuazione della legge 62/2000, piena attuazione ed esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione.

In caso contrario avremo una grave responsabilità, sia sulla non attuazione del pluralismo educativo in Italia, con conseguenze negative sul suo sviluppo e sul futuro dei nostri giovani, sia sul fatto che le nostre scuole paritarie diventeranno – in questo caso sì – come dicono gli slogan di oggi, “le scuole dei ricchi”.

Sono, come sempre, ottimista: se vogliamo, ce la possiamo fare.

Condividi articolo