Pubblicato il 13 Gennaio 2026.

Fonte: Il sussidiario.net

Articolo di FIlomena Zamboli, D. S. Liceo Statale E. Pascal, Pompei, Napoli

Si può dirigere una scuola senza farsi inghiottire dalla burocrazia dominante e dai suoi acronimi? Serve una vita più grande dei dettagli

Abbiamo trascorso le “vacanze” in presidenza (in barba a quanti, parrucchiere compreso, continuavano ad affermare “ma perché non siete chiusi?”). Quest’anno è stato più complicato del solito, entro il 12 gennaio (ieri) occorreva compilare i documenti strategici di un’istituzione scolastica – Rendicontazione sociale, Rav (Rapporto di autovalutazione) e Ptof (Piano triennale dell’offerta formativa) –, aggiornare il modello di domanda di iscrizione da pubblicare on line, presentare le progettualità per il rinnovo dei percorsi quadriennali, più chiusure e rendicontazioni usuali.

Eravamo rassegnati. Ma c’è da dire anche che siamo una bella squadra: ci caratterizza, oltre il senso del dovere, anche quello del piacere di stare insieme. Affezionati (latino affectio, affectus), cioè legati da un consapevole sentimento alla nostra scuola, tant’è che il nostro Ptof titola: “Il coraggio di dire io. Sottotitolo: Sui cuori in fiamme ci si arrampica con le carezze”.

Ma non è questa la storia che voglio raccontare. Riparto dalla “rassegnazione”. Mi frullava nella testa che non poteva essere solo il tempo di un’apnea. Che tutto il da fare non poteva essere subìto come un adempimento da risolvere al meglio ma anche al più presto, per poi tornare alla vita reale. Al netto di ogni fatica burocratica deve esserci più vita, nella vita della scuola. E la sfida di questi adempimenti era, ed è, provare ad affrontarla coerentemente. Provare, forti dell’affectus, a rendere viva una piattaforma e le sue richieste.

Conoscete Iris di Biagio Antonacci? Vi invito a riascoltarla, come abbiamo fatto noi. “Quanta vita c’è, quanta vita insieme a te. Tu che ami e, tu che non lo rinfacci mai. E non smetti mai di mostrarti come sei”.

Non si può seriamente lavorare e “rinfacciare” ciò che si fa. Siamo stati di fronte a una grande provocazione che non avevo nessuna intenzione di vivere con sentimentalismo, ma con coscienza e consapevolezza. E questo era possibile solo guardando a ciò che sta all’origine di ogni adempimento che ci viene richiesto: la nostra comunità. Fatti, volti, persone, lavoro.

Allora Iris (quanta vita c’è) è diventata una potente metafora del lavoro svolto da un’équipe di insegnanti e della loro preside, perché parla di ascolto profondo, di presenza autentica e di una relazione che dà senso e valore alla vita condivisa.

Quando il testo dice “Dimmi dove, dimmi come / e con che cosa ascoltavi la mia vita”, richiama il cuore del lavoro educativo: la capacità dei docenti di ascoltare davvero le storie, i bisogni e le fragilità degli studenti, anche quando non sono immediatamente visibili. L’équipe educativa, proprio come nella canzone, impara a “ascoltare la vita” degli altri con attenzione, rispetto e sensibilità, cogliendo non solo le parole ma anche i silenzi, gli umori, i “dolori e i profumi” che ogni alunno porta con sé.

Abbiamo letto il verso “Quanta vita c’è, quanta vita insieme a te” come l’espressione del valore del lavoro condiviso. Perché è nella collaborazione, nel confronto e nella progettazione comune che nasce una scuola viva, ricca di esperienze e di significato.

Il Niv (Nucleo interno di valutazione) non è la somma di singole professionalità, ma uno spazio di relazione in cui ognuno si mostra per ciò che è, mettendo a disposizione competenze, emozioni e punti di vista diversi, senza “rinfacciare mai”, ma sostenendosi reciprocamente. Qualcuno passava semplicemente a portarci caffè e biscotti.

Anche l’idea dell’amore dichiarato con semplicità (“Ti amo e lo sai, non l’ho detto mai”) richiama la dimensione silenziosa ma profonda della passione educativa. Quante volte l’impegno non viene espresso a parole, ma si manifesta nei gesti quotidiani, nella cura, nella pazienza e nella costanza con cui si accompagnano i percorsi di crescita degli studenti.

Infine, “Il mio nome dillo piano” evoca il rispetto per l’unicità di ogni persona. Abbiamo provato a raccontare, attraverso i documenti da compilare, l’insieme delle evidenze che ci portano a riconoscere il valore di ciascuno, per costruire un clima in cui ogni studente può sentirsi visto, chiamato per nome, accolto.

In questo senso, Iris diventa il racconto simbolico di una comunità educante: una relazione fatta di ascolto, autenticità e condivisione, in cui “quanta vita c’è” è proprio il racconto documentato che nasce dall’essere insieme, giorno dopo giorno, al servizio dell’educazione. Sulle prossime interpretazioni, vi aggiorno!

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