Pubblicato il 15 Gennaio 2026.

Fonte: Sussidiario.net

Articolo di Mario Predieri

Entrare nella scuola state con i concorsi o con le supplenze? In ogni caso si tratta di un calvario caotico e legalizzato. Bisogna voltare pagina. Come?

Chi cerca di insegnare e di entrare come docente in una scuola statale, oltre alla strada dei concorsi, può intraprendere quella delle supplenze. Comincia così a entrare in un mondo fatto di sigle e di acrostici pieni di speranze e frustrazioni: GAE, GPS, INDIRE, PNRR… Le Graduatorie a esaurimento (GAE) sono nate ufficialmente nel 2006 con la legge 296 (legge finanziaria 2007) e sono state attivate nell’anno scolastico 2007/2008, sostituendo le precedenti Graduatorie permanenti per contrastare il precariato docente in Italia. Comprendono insegnanti già abilitati per assunzioni a tempo indeterminato e supplenze. Sono ormai chiuse a nuovi aspiranti, ma potranno essere aggiornate per il punteggio o il trasferimento entro il 22 gennaio 2026.

A differenza delle GAE, le GPS (Graduatorie provinciali per le supplenze), create nel 2020 dall’allora ministra Azzolina per informatizzare le procedure di assegnazione delle supplenze annuali e di quelle fino al termine delle attività didattiche, sono aperte ogni due anni per i nuovi inserimenti.

Dalle GPS prima fascia sostegno, in caso di disponibilità residue, sono anche attinte assunzioni a tempo indeterminato con procedura straordinaria (prorogata anche per l’anno scolastico 2026/27). Gli Uffici territoriali di regola attingono, per le supplenze fino al 31 agosto o al 30 giugno, dalle Graduatorie provinciali dopo aver esaurito tutte le disponibilità presenti nelle GAE per la relativa classe di concorso.

A seguito di questo meccanismo in diverse materie di insegnamento le procedure diventano lunghe e laboriose: l’esito è che nelle province più grandi o più complesse le procedure di supplenza  a inizio 2026 non sono ancora concluse, ovvero diverse classi e molti studenti disabili cambieranno insegnante a gennaio, dopo aver avuto un altro supplente (o nessuno) fino ad ora.

Inoltre nelle materie in cui la graduatoria è esaurita, il compito di cercare il supplente va alla scuola, che, a volte, è costretta a sostituire il primo supplente che ha risposto a settembre-ottobre e che, magari, ha ottenuto un’opportunità migliore e si trasferisce, con un altro supplente disponibile o che ha il diritto di scalzare il primo perché detiene un maggiore punteggio.

Nel panorama educativo italiano, il tema del precariato docente resta insomma un argomento di crescente importanza: il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara è intervenuto più volte sulla situazione del personale, anche in riferimento alla previsione di riduzione di oltre 5.600 unità tra docenti e personale ATA.

Il ministero ha cercato di rassicurare gli operatori del settore, sottolineando che il saldo complessivo sarà positivo grazie all’assunzione di un numero maggiore di docenti di sostegno. Valditara lo scorso anno aveva dichiarato che “nel 2025 il ministero ha previsto di specializzare almeno 20.000 docenti di sostegno entro dicembre”, un passo significativo verso la riduzione del precariato in uno dei settori più critici.

Attualmente, circa il 75% dei docenti precari in Italia è composto da docenti di sostegno: Valditara ha menzionato l’obiettivo di formare 50.000 docenti di sostegno attraverso corsi dedicati (30 CFU) e il TFA, ma i posti sono spesso limitati dalle università. Eppure questa categoria di insegnanti è cruciale per garantire un’educazione inclusiva e di qualità, in particolare per gli studenti con bisogni educativi speciali (BES). E il precariato ha creato un clima di incertezza e instabilità, sia per i docenti che per gli alunni.

Per la prima volta, il compito di specializzare i docenti di sostegno è stato affidato all’INDIRE (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa). Questa scelta può rappresentare un cambio di paradigma nella gestione della formazione e della stabilizzazione dei docenti, con un focus particolare sulle esigenze specifiche degli studenti.

Come accennato, è prevista una riduzione del personale. Questo taglio, sebbene giustificato dalla necessità di razionalizzare le risorse in relazione al calo del numero degli alunni, ha sollevato preoccupazioni tra i sindacati e gli operatori del settore. La paura è che tali riduzioni possano influire negativamente sulla qualità dell’insegnamento e sul supporto agli studenti. Il ministro ha cercato di rassicurare affermando che, nonostante i tagli, il saldo complessivo sarà positivo grazie all’assunzione di docenti di sostegno, che fino ad ora venivano reclutati tramite supplenze. Tuttavia, resta da vedere come queste assunzioni si tradurranno in realtà concreta nelle scuole.

Ma che cosa deve cambiare nel sistema di reclutamento e assegnazione delle cattedre per avere docenti validi dal primo giorno di scuola?

Per conseguire l’obiettivo di stabilizzare i docenti, il ministero deve passare attraverso l’organizzazione di concorsi specifici. Ma, con ogni evidenza, questo non risulta sufficiente. Il continuo cambiamento delle regole, la mancanza di chiarezza e la lentezza burocratica hanno reso difficile il percorso di stabilizzazione per molti insegnanti.

Negli ultimi anni, la scuola statale è stata interessata da numerosi concorsi docenti (ordinari 2020, STEM 2021/2022 e i concorsi straordinari PNRR 1 e 2) per coprire posti vacanti, culminando nel concorso PNRR3 (bandito nel 2025) che punta a circa 60.000 cattedre per il triennio 2025-2028, con prove svolte tra fine 2025 e 2026 per assunzioni da settembre 2026, inclusi bandi ordinari imminenti per il reclutamento a regime.

Siamo nella fase cruciale delle prove orali, con i ritardi che stanno emergendo a livello regionale, ma con il ministero che sta lavorando allo scioglimento delle riserve (presentazione documenti mancanti) entro il 2 febbraio 2026, mentre i candidati si preparano intensamente e le pubblicazioni delle convocazioni per gli orali iniziano a comparire sui siti degli USR per i primi mesi del 2026, puntando a chiudere tutto per le nomine di settembre, anche se una nuova proroga (se approvata) sposterebbe le graduatorie a dicembre 2026.

La situazione attuale dei docenti in Italia richiede un intervento decisivo. Nel 2015 la legge 107/2015, nota anche come “Buona Scuola”, ha introdotto la chiamata diretta per l’assunzione dei docenti su posti a tempo indeterminato. Questa riforma ha cercato di dare maggiore autonomia alle scuole nella scelta del personale docente, ma è risultata macchinosa per i diversi passaggi e accusata di essere poco trasparente.

L’esperienza personale di molti dirigenti è che, là dove c’era libertà di scelta tra diversi istituti, erano i docenti a individuare la scuola da loro preferita, piuttosto che i dirigenti a selezionarli. In realtà l’illusione è durata lo spazio di un’estate, anzi di un paio di giorni incastrati nella settimana di Ferragosto 2016, dopo un’attesa durata un anno, e mai più ripetuta per l’avversione dei sindacati e dei governi succedutisi, che respingevano questo metodo.

Eppure la diretta assunzione dei docenti da parte delle scuole è la strada che, alla fine, anche oggi risolve il problema dei supplenti, quando le graduatorie centralizzate vanno esaurite!

È evidente che per realizzare questo incontro tra l’offerta dei docenti e la domanda degli studenti attraverso le scuole deve mutare un quadro generale normativo che si può definire complesso, se non intricato. In ogni caso se si vogliono superare le situazioni che si sono riproposte anche quest’anno, con docenti nominati a gennaio (o a febbraio?) occorre ripensare il quadro generale, semplificare le norme (riducendo e non aumentando il loro numero), ma soprattutto  riorganizzare il sistema scolastico sulla base dei principi dell’autonomia e della sussidiarietà, da tempo diventati principi salvaguardati dalla Costituzione e da valorizzare come strumenti per rispondere al bisogno di educazione e di istruzione dei più giovani cittadini italiani.

In un contesto di continua evoluzione, è essenziale mantenere un dialogo aperto tra il ministero, le scuole e i docenti, per affrontare le sfide del presente e costruire un futuro migliore per l’istruzione in Italia. Sono certamente importanti e urgenti molti interventi specifici per fare fronte tempestivamente a diverse emergenze, ma occorre intervenire avendo in mente un quadro di riferimento complessivo che rispetti i princìpi costituzionali richiamati, evitando il rischio di sommare forzature a rigidità normative, ritrovarsi legati nelle nostre scelte da nodi gordiani e invocare – infine – il dirigismo centralistico a scioglierli.

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