Fonte: Sussidiario.net
Articolo di Maria Paola Iaquinta

Il miglioramento della scuola è legato al ruolo di leadership che devono assumere i dirigenti scolastici. Un ruolo che non può essere solo burocratico
All’inizio dell’anno, le scuole italiane sono coinvolte nell’attività di aggiornamento del Piano dell’offerta formativa, pubblicato sulla piattaforma ministeriale Scuola in chiaro. All’interno di esso la comunità scolastica individua specifici percorsi di miglioramento, elaborati dopo aver effettuato una puntuale autovalutazione dei risultati didattici ed educativi raggiunti. Si tratta di azioni volte al miglioramento degli apprendimenti e del comportamento dei ragazzi e che nei mesi a venire saranno proposte dai docenti all’interno del curricolo scolastico.
Il preside ha il compito non facile di coordinare e facilitare l’attuazione dei percorsi di miglioramento, sostenendo l’attività educativa degli insegnanti e rendendola nota alle famiglie e agli altri stakeholder sul territorio.
Al riguardo possiamo osservare che nell’ultimo ventennio il panorama normativo italiano è stato caratterizzato da un progressivo cambiamento dei compiti professionali dei dirigenti scolastici. A loro è stata delegata una molteplicità di atti di carattere sostanzialmente amministrativo. L’elenco delle aree di responsabilità è lungo: la sicurezza sui luoghi di lavoro, la rappresentanza dell’amministrazione in giudizio, il reclutamento del personale, la gestione delle graduatorie di istituto, le complesse pratiche di fine rapporto di lavoro e la gestione delle assenze del personale.
A ben pensarci, però, l’organizzazione delle scuole autonome cui sono preposti i dirigenti scolastici è a tutt’oggi ancora disciplinata dalla legge n. 59 del 1997, la cosiddetta legge Bassanini. In essa l’autonomia della scuola italiana viene declinata in quattro aree operative – organizzativa, didattica, amministrativa, finanziaria – e non v’è dubbio che, preso atto della specificità del ruolo del dirigente scolastico, gli ultimi due aspetti dell’autonomia siano necessariamente subordinati ai primi due.
Dunque, all’interno del complesso quadro normativo attuale, il preside non può essere considerato esclusivamente un dirigente amministrativo, in quanto tutte le azioni amministrative e finanziarie in capo all’ufficio di presidenza debbono essere funzionali alla piena realizzazione dell’autonomia didattica ed organizzativa dell’istituzione. L’attuazione della mission scolastica vede in prima linea non soltanto il dirigente scolastico, bensì le intere comunità educanti.
Il ruolo del dirigente scolastico va dunque ricondotto alle sue origini: il buon funzionamento delle comunità educanti, che concerne la possibilità di incidere sulla crescita culturale e sulla riduzione delle disuguaglianze sociali del Paese, dipende certamente dalla pratica di una leadership di carattere educativo competente e impegnata. Formarsi per praticare una leadership con il coinvolgimento attivo della comunità scolastica significa saper responsabilizzare l’intero collegio dei docenti nei percorsi di miglioramento delle competenze di base e di cittadinanza degli alunni, finalizzati a perseguire gli obiettivi del sistema nazionale d’istruzione nel rispetto della libertà d’insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e del diritto di apprendere da parte degli studenti.
Nessun altro ente può sostituire la scuola nel suo compito di innalzare i livelli di istruzione, contrastare le diseguaglianze socio-culturali, prevenire la dispersione. Per il dirigente scolastico, presidiare il curricolo educativo rappresenta un’azione chiave in termini di autonomia didattica ed organizzativa. Consolidare il senso civico degli studenti, favorire l’acquisizione di contenuti e competenze ai fini della partecipazione piena e consapevole alla vita culturale e sociale del Paese rappresentano azioni che rispondono all’emergenza educativa dei nostri tempi e che per essere insegnate vanno prima di tutto praticate dagli adulti educatori.
Scegliere il percorso formativo della Leadership for learning significa promuovere la creazione di comunità professionali di apprendimento, ossia un contesto collaborativo che permette la crescita continua degli adulti educatori. La scuola italiana vive di collegialità, dunque di decisioni che per poter “funzionare” non debbono essere soltanto approvate dagli organi collegiali, bensì soprattutto condivise da docenti motivati e responsabilizzati.
Le esperienze e ricerche internazionali indicano nella Leadership for learning una strada per valorizzare il miglioramento scolastico. Si tratta di un’esperienza da costruire insieme, che mette al centro l’intera comunità educante come protagonista del cambiamento. Sviluppare una visione ed una pratica di leadership educativa condivisa significa assumere il modello delle Professional Learning Communities (PLC) come leva per il miglioramento. Se questo modello nella pratica promuove motivazione, collaborazione e responsabilità diffusa, allora l’istituzione scolastica diventa luogo generativo di sviluppo sociale e culturale per tutti: bambini, ragazzi ed adulti.





















