Pubblicato il 27 Gennaio 2026.

Fonte: Avvenire

Articolo di Gabriele Nissim

Nel Giorno della Memoria pubblichiamo un intervento di Gabriele Nissim, fondatore del Giardino dei Giusti di Milano, dove stamane si è svolta in via straordinaria la riunione di redazione di “Avvenire”

La piastra dedicata a Etty Hillesum al Giardino dei Giusti di Milano

La riunione di redazione di “Avvenire” si svolgerà in via straordinaria, questa mattina, al Giardino dei Giusti di Milano. Un gesto simbolico nel Giorno della Memoria per rendere omaggio a chi in diverse epoche storiche, ha ripudiato il male e scelto il bene. Ad accogliere direttore, vicedirettori e giornalisti saranno proprio Gabriele Nissim, fondatore e presidente della Fondazione Gariwo, che ricerca in tutto il mondo e documenta queste storie, e Giulia Ceccutti, rappresentante dell’Associazione italiani amici di Neve Shalom Wahat al-Salam, il villaggio in Israele in cui vivono insieme arabi ed ebrei. Sull’esempio dello Yad Vashem, il Giardino dei Giusti è nato nel 2003 nel parco del Monte Stella, seguito da altri 200 Giardini in Italia e nel mondo grazie all’iniziativa di amministratori, associazioni, insegnanti, semplici cittadini. Attualmente i Giusti onorati al Giardino di Milano sono una novantina di ogni nazionalità, religione, lingua, viventi o defunti. 

Venticinque anni fa, quando con un gruppo di volontari creai Gariwo, la fondazione che diede vita al Giardino dei Giusti di Milano, cercai di comprendere come il concetto di Giusto fosse nato in Israele dopo la Shoah. Mi misi alla ricerca di chi fosse stato l’anima di questa intuizione che aveva portato ad applicare per la prima volta il termine di Giusto a uno sterminio e così conobbi il giudice della Corte costituzionale israeliana Moshe Bejski, di cui scrissi poi la storia. Moshe Bejski faceva parte della famosa Lista di Schindler e aveva vissuto in Polonia con l’invasione nazista un’esperienza limite. Dopo il tradimento dei suoi vecchi amici polacchi e l’ostilità della gente comune, quando era riuscito a fuggire dal campo di prigionia, entrando nella fabbrica di Oscar Schindler, gli parve di avere incontrato l’ultimo uomo buono che esisteva sulla faccia della terra. Da questa esperienza estrema, come Presidente della Commissione dei Giusti di Yad Vashem, sviluppò due concetti rivoluzionari. Era un dovere dei sopravvissuti esprimere un riconoscimento di gratitudine verso i loro salvatori affinché la memoria del bene non venisse dispersa e fosse consegnata alla storia come un esempio morale da trasmettere alle generazioni future, perché in ogni epoca gli individui sarebbero stati chiamati a fare delle scelte. Ricordare i giusti significava poi, in una generazione traumatizzata dalla Shoah, come del resto aveva intuito Etty Hillesum prima di soccombere ad Auschwitz, trovare un antidoto nei confronti di una colpevolizzazione collettiva dei tedeschi e dei loro alleati. La scoperta dei Giusti insegnava a distinguere, a non generalizzare, a ritrovare le persone virtuose nel campo dei nemici che avevano perpetrato l’Olocausto. Quei Giusti, scoperti e valorizzati da Moshe Bejski, permettevano agli ebrei di ritrovare la fiducia nel mondo. Insegnavano a non odiare e a ricominciare. Queste intuizioni sono di grande attualità per il mondo di oggi, dove ogni crisi provoca un odio generalizzato che colpisce popoli interi: come succede con la tragedia di Gaza, per la quale si considerano responsabili in toto gli israeliani e persino gli ebrei della diaspora, fino a mettere in discussione la stessa esistenza di Israele, invece di valorizzare i Giusti israeliani e palestinesi che si oppongono alla violenza e cercano il dialogo e la condivisione. Ma lo stesso meccanismo della colpa collettiva si ritorce sui musulmani, dopo ogni atto terroristico, o sui migranti, come accade negli Stati Uniti, dove Trump e le destre li accusano di essere la fonte della delinquenza.

Nel corso degli anni con l’attività del Giardino di Milano, che volli chiamare “Giardino dei Giusti di tutto il mondo”, mi sono posto questa domanda: perché il concetto di Giusto è stato circoscritto alla Shoah e si fa fatica a sostenere pubblicamente che i Giusti si sono, fortunatamente, manifestati in ogni genocidio, o atrocità di massa, dallo sterminio degli armeni, al Ruanda, alla Cambogia, a Srebrenica, fino ai giorni d’oggi? Un importante ruolo, in questa identificazione dei Giusti soltanto con lo sterminio degli ebrei, l’ha giocato il dogma dell’unicità della Shoah, che ha portato parte del mondo ebraico a ritenere che il genocidio degli ebrei, non fosse comparabile con nessuna altra atrocità di massa, pena il rischio della sua banalizzazione. Per questo molti ritengono che categorie applicate alla lettura della Shoah, come appunto i Giusti, non possano essere proposte altrove. Per questo quando presentai la legge sui Giusti dell’Umanità nel Parlamento europeo, e poi in quello italiano, trovai l’ostilità delle istituzioni diplomatiche israeliane che mi accusarono di avere universalizzato un concetto che riguardava soltanto il rapporto tra ebrei e non ebrei e mi invitarono a rinunciare a usare la parola “Giusti.” Ma c’è un motivo più profondo, legato a un’idea molto più diffusa e complessa di “fine della storia dopo la Shoah”, per certi versi simile a quella espressa del politologo Francis Fukuyama, convinto che, dopo la caduta del comunismo, saremmo entrati in un mondo pacificato. Mi sono accorto chiaramente di questa visione così radicata, quando con Gariwo abbiamo cominciato a lavorare assieme alle Nazioni Unite. Tutta la struttura dell’Onu sin dal suo sorgere nel 1948 (dalla Convenzione per la prevenzione dei genocidi, alla Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo, al Consiglio di sicurezza) è stata concepita con una visione ottimistica, secondo la quale, dopo la lacerazione universale della Seconda guerra mondiale e la distruzione degli ebrei, sarebbe nato finalmente un mondo nuovo che avrebbe eliminato per sempre guerre e genocidi. Se uno passeggia nei corridoi del Palazzo di Vetro trova tante iscrizioni dove si inneggia al “mai più dopo la Shoah”, come visione del mondo che segna così una cesura radicale con la storia passata. Purtroppo, quel “mai più” invece di essere una speranza per il futuro, si è trasformato in una grande bugia e dopo la Shoah l’idea dei Giusti è stata relegata al passato, come se l’umanità non dovesse in ogni generazione decidere sul Bene e sul Male, con una percezione rassicurante del futuro che eludeva le responsabilità dei singoli e delle nazioni. Per questo con la creazione di più di 300 giardini dei Giusti nel mondo, dall’America Latina, all’Africa, al Medio Oriente, abbiamo riattualizzato il concetto di Giusti, per mostrare che la scelta etica è sempre legata al presente e alla contingenza di fronte ad ogni crisi, ad ogni atrocità di massa, ad ogni guerra. La memoria riguarda la comprensione del passato, la responsabilità è invece sempre legata alla contemporaneità.

Non si può mai essere responsabili per ciò che è accaduto, ma solo per ciò che accade ora. Ecco perché l’agire da Giusti è una modalità che riguarda la vita presente. Quel “mai più” così concepito ha avuto conseguenze sul pessimismo che si respira oggi, perché con una visione rassicurante della storia abbiamo immaginato che il passato non si sarebbe più ripetuto e siamo rimasti come sorpresi e delusi dalle nuove guerre in corso. Molte persone sono come paralizzate e non vogliono comprendere il dovere della responsabilità. Quella fede ingenua in una provvidenza storica dopo la Shoah ci impedisce di ragionare sull’attualità del concetto di Giusto nel nostro tempo, come antidoto al pessimismo. Oggi ci accorgiamo con grande preoccupazione che gli autocrati, da Putin a Erdogan, a Khamenei, fino agli aspiranti dittatori come Trump, fanno valere la legge del più forte e scardinano la democrazia e il diritto internazionale, mentre invece non sembra nascere una nuova élite morale del mondo e chi possa credibilmente invitare a resistere e cercare di cambiare il corso degli avvenimenti. Dall’Iran alla Turchia, da Gaza a Israele, dalla Russia all’Ucraina, ovunque i Giusti sembrano essere sconfitti. Ci deve aiutare la riflessione di Victor Frankl, l’inventore della logoterapia, sopravvissuto ad Auschwitz, dopo avere perduto tutti i suoi cari. Frankl scriveva che chi era riuscito a mantenere il significato della vita nelle situazioni senza speranza, persino come lui in un campo di sterminio, era da considerarsi un vincitore morale, indipendentemente dall’esito delle sue battaglie e dalla sua stessa sopravvivenza. Raccontando la storia dei mille ragazzi del Ghetto di Theresienstadt che andarono a morire ad Auschwitz, portandosi dietro tutti i libri che avevano sottratto la notte prima nella biblioteca, Frankl sostenne che avevano trionfato contro il male. Come era possibile? Con quei libri in mano erano stati più forti di Hitler perché avevano salvato la loro idea di umanità, e poi con il loro sacrificio avevano tenuto accesa la speranza nel futuro che sarebbe potuta esser raccolta dalle generazioni successive. La loro resistenza non era stata vana. Guardando la repressione infinita in Russia, la guerra senza fine tra israeliani e palestinesi, i massacri in Iran, potremmo farci prendere dallo sconforto, assistendo all’impotenza di tante donne e uomini coraggiosi. Non è così, insegna Frankl. Difendendo il significato della vita, ci danno la possibilità di ricostruire il futuro. Ecco perché è nostro dovere ricordare nei giardini i Giusti del nostro tempo.

Condividi articolo