Fonte: Ilsussidiario.net
Articolo di Tiziana Pedrizzi

Il mondo della pedagogia glorifica ancora un approccio che in Occidente, dunque Italia compresa, ha scavato la fossa alla scuola e allo sviluppo
Negli ultimi tempi risulta sempre più evidente una netta distanza fra quanto si legge a proposito della situazione economica e sociale del Paese all’interno del contesto europeo, in particolare per quanto riguarda i giovani, ed il trend del sentiment – come si dice adesso – che prevale nei siti dedicati alla scuola, punto di riferimento ormai quasi esclusivo in proposito, vista l’assenza della scuola stessa dalla normale informazione (giornali, tv), salvo casi eclatanti.
E visto che le riviste del settore ormai non le legge che chi vi scrive o eventualmente deve fare i concorsi a dirigente scolastico o ispettore (non che in passato la situazione fosse molto diversa, essendo noto che la loro sopravvivenza era legata solo agli abbonamenti alle scuole pagati dal ministero).
Situazione socio-economica: demografia e PIL fermi, sviluppo quasi esclusivo del terziario e di un po’ di primario, ristagno quantitativo della scolarità in particolare universitaria, mediocrità del suo livello qualitativo, fuga all’estero dei giovani qualificati, record europeo di NEET.
Siti dedicati alla scuola: dilagare di pedagogisti e/o di insegnanti influencer-pubblicisti esortanti a metodologie e pratiche “affettuose”, incoraggianti, soprattutto non valutanti, e demonizzazione di metodologie e pratiche brutte e cattive passivizzanti, quali ascoltare una lezione, imparare qualcosa – Dio ne guardi! – a memoria.
Nel contempo giovani demotivati, ignoranti (vedi esami per l’accesso a medicina) ed al tempo stesso pretenziosi, con famiglie che ricorrono ai ricorsi con la stessa frequenza con cui un tempo si ricorreva ai rimproveri.
Spuntano scuole cosiddette finlandesi che sembrano essere l’epifania di quanto auspicato; forse i promotori non hanno ancora registrato che la Finlandia non è più da circa 10 anni in cima alle graduatorie PISA, sostituita dai secchionissimi singaporiani e coreani.
Del resto ai tempi della sua gloria era tutto sommato – per chi vi avesse gettato uno sguardo – metodologicamente alquanto tradizionale. Solo che era protestante da più di 300 anni e si sa che il protestantesimo prevedeva la lettura individuale o quanto meno famigliare della Bibbia, test che bisognava pubblicamente superare per potersi sposare. Potenza della storia…
Si direbbe che il mondo della pedagogia – che è cosa assai diversa da quello della scuola – dia per scontata la prosecuzione dell’idilliaco e privilegiato trend europeo degli ultimi 80 anni e ne accentui in campo suo le tendenze e propensioni.
Attenzione: sempre sulle stesse fonti che qui si prendono in considerazione – perché le principali se non le uniche che hanno effetto sull’opinione pubblica anche scolastica –, l’atteggiamento degli psicologi “di grido” è ben diverso. Ogni giorno appaiono dalla loro parte sulle rassegne dei siti la necessità dello sforzo, la potenziale positività della frustrazione, la deresponsabilizzazione, la iper-protettività delle famiglie etc.
Dalla parte della scuola, vale la pena riflettere sulla crescente presenza di insegnanti-influencer, per lo più giovani uomini, in evidente ricerca di una seconda (ed auspicabilmente definitiva) seconda professione.
Che non sembrano peraltro rappresentare la maggioranza silenziosa dei colleghi che mugugnano appunto silenziosamente sfogandosi ogni tanto su Facebook, il media dei boomers, soprattutto della gragnola di “educazioni” che stanno capitando loro addosso. Rischiando di rifugiarsi in un silenzio da oppressi privi di parola e di rappresentanza, un deprecabile stato nel quale o incrudelire in pratiche obsolete o – direbbero gli allievi – “svaccare”. Non è una bella situazione.
Dal punto di vista dell’opinione pubblica generalista forgiata dai giornali si sconta l’assenza – non certo solo da ora – di competenze serie da parte dei giornalisti sulle questioni scolastiche. Come sempre avviene, si tratta in realtà di un riflesso del sentire della popolazione, che non si è mai interessata granché alle questioni dell’istruzione. Testimonianza preclara ne è, dopo decenni di istruzione di massa in chiave prevalentemente umanistica, il basso livello di diffusione della lettura (non della scrittura!).
L’italiano sembra ritenere che la sua cultura sia già incorporata nella cucina, nel paesaggio, nell’arte ereditata oppure di esserne portatore sano lui stesso, in quanto scrittore creativo. Probabilmente poi la reale situazione della scuola viene accentuata in senso negativo anche per la supponenza che gli aspiranti medio-borghesi giornalisti (prima della IA) nutrono per i sottopagati e sottoproduttivi insegnanti.
L’impressione comunque è che si faccia fatica a capire dove davvero sta andando il mondo occidentale e quali pericoli sta correndo.
È ovvio che le metodologie meramente ripetitive e l’assimilazione passiva non funzionano, posto che siano davvero mai esistite. Chi ricorda i suoi licei, anche degli anni sessanta, non sa se ridere o piangere di questa immagine caricaturale.
In ogni caso la necessità di un’alfabetizzazione di massa dovuta allo sviluppo tecnologico sembra scontrarsi con il fatto che non tutti sono disposti a sottoporsi ai suoi costi in termini di inevitabile fatica personale, come lo era nei decenni precedenti chi li vedeva come il prezzo da pagare per restare o entrare nelle élites sociali. Del resto oggi le esistenti o aspiranti élites, nonostante o forse poiché godono di uno stile di vita unico nella storia dell’umanità, tendono a sdraiarsi; in Occidente, si intende sempre, non in Oriente, dove la tradizione dei famigerati esami per mandarini cinesi non sembra estinta.
Dilaga dunque l’enfatizzazione, se non l’assolutizzazione, di valori e metodologie quali quelle che esaltano la creatività, la sensibilità, il diritto a non essere esposti a frustrazioni etc. Le metodologie attive sono state peraltro inventate all’inizio del secolo scorso da un’élite intellettuale nordica, con una forte componente ebraica, in forza del suo intellettualismo. Ed infatti chi ha sperimentato realmente queste metodologie ha dovuto constatare che capacità di problem solving, di debate, di rovesciamento della classe etc. non sono di tutti.
Vogliamo dire che nei convegni sui Gifted (plusdotati) risulta abbastanza evidente che sono il loro campo di eccellenza? E che un eccesso in questo senso non rischia paradossalmente di accentuare le disequità? Sperare che un simile orientamento pedagogico faciliti o permetta l’alfabetizzazione di medio alto livello di tutti sembra ardito.
Si è poi diffusa negli ultimi decenni – sempre in Occidente – l’idea di una terziarizzazione di massa. Con il risultato che la IA sta dando un colpo mortale a questa ipotesi: pare che alcune università, straniere si intende, stiano chiudendo i corsi di laurea in lingua straniere.
E d’altra parte Covid e post-Covid hanno dimostrato che i lavori faticosi e ripetitivi ma anche a prevalente carattere operativo ci sono sempre e sono difficilmente sostituibili, paradossalmente meno degli altri. Anche perché le élites benpensanti stanno affollando le strade di nuovi coolies, avendo smesso di cucinare e riempiendosi le case di vestiti e gadgets forse non proprio indispensabili.
L’idea insomma è quella di liberarsi dai lacci creati dalla pulsione produttivistica degli ultimi due secoli, grazie alla quale noi viviamo come viviamo. Lasciando agli altri i pur persistenti gravami della produzione e della distribuzione.
La contrapposizione a modi di imparare più strutturati, l’esaltazione di una supporta creatività universale – che invece grazie al Cielo non abbiamo necessariamente tutti né tampoco in tutti i campi – il rifiuto della frustrazione e della fatica come strumento per lo sviluppo, insomma una forma di narcisismo immotivato, sono micidiali per lo sviluppo della personalità dei giovani e non solo dei loro apprendimenti. Può essere vero che tutti siamo unici, ma non nel senso che siamo tutti Leonardo da Vinci…
Continuando così approderemo presto all’ignoranza felice e presuntuosa ed allo sbriciolamento della necessaria efficienza delle nostre società, perché non ci si potrà sempre poggiare sullo sfruttamento e la schiavizzazione degli altri. Che invece, a quanto pare, almeno in alcune parti del pianeta stanno effettuando quella che il buon Marx chiamò l’accumulazione originaria. I prodromi della cui sopravveniente superiorità si vedono già, almeno in parte, nelle classifiche degli apprendimenti.
Scrisse Luca Ricolfi: il benessere è il principale nemico della crescita. Il benessere degli altri è il principale produttore di decrescita.





















