Fonte: Ilsussidiario.net
Articolo di Maria Grazia Fornaroli
Valditara intende chiamare “licei” anche gli istituti tecnici. È bene rimuovere la serie B e C, ma occorre intervenire anche sul curricolo
Potrà un cambiamento nel nome – eliminare la distinzione tra i percorsi di scuola superiore, denominandoli tutti “licei”, come vuole fare il ministro Valditara – segnare un passaggio decisivo nell’organizzazione degli studi superiori in Italia? E soprattutto, aiutare a superare pregiudizi ormai anacronistici?
L’alternativa è la seguente: la licealizzazione dell’istruzione tecnica e professionale potrà generare un’interessante punto di svolta nell’organizzazione degli studi superiori e soprattutto superare vetusti blocchi, favorire lo sviluppo professionale dei docenti e suggerire nuovi modelli orientativi; oppure lasciare tutto com’è attualmente e promuovere solo un’operazione di vernissage.
Proviamo a crederci. Che la nostra società viva ancora anacronisticamente il pregiudizio che le discipline più nobili siano rappresentate dalle humanities e che gli studi tecnici e più ancora i professionali siano destinati agli studenti meno brillanti, magari anche provenienti da contesti deprivati, sono ancora convinzioni molto diffuse. Il mutamento del nome potrà forse contribuire a un cambiamento anche nell’opinione comune.
Nel nostro Paese, sia nella scuola che nelle famiglie, nonostante da tempo il paragone con il resto del mondo, il modello di life long learning, lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, le valutazioni internazionali suggeriscano modelli di istruzione differenti, si tende a perpetuare l’idea che i licei costituiscano il modello perfetto di istruzione.
La scelta di attribuire il termine “liceo” anche alle altre tipologie di istruzione superiore potrebbe scalfire questo pregiudizio.
Insegnare in una scuola tecnica o professionale non è un “di meno” rispetto all’insegnamento nei licei.
Un’interessante ricerca di qualche anno fa prendeva come misura dell’efficacia del sistema scolastico la categoria di “valore aggiunto” e crediamo risulti chiaro a tutti che quanto più la situazione di partenza è complessa, tanto più sono richieste al docente competenze didattiche di alto profilo.
Il prestigio e la professionalità docente si dovrebbero misurare da quanta affezione al sapere genera negli studenti, da quanto sia in grado di migliorarne l’apprendimento, non dalla tipologia di scuola presso cui insegna. La licealizzazione dei percorsi potrebbe sgombrare il campo anche questo vieto pregiudizio.
Veniamo all’annosa questione dell’orientamento alla scuola superiore.
Ammettiamo pure (ma non ne siamo convinti) che i giudizi valutativi rappresentino realmente le potenzialità cognitive dei ragazzi e delle ragazze di 14 anni: eccellenti e ottimi al liceo classico, quelli un po’ meno eccellenti ma tuttavia “distinti” allo scientifico, i “buoni” e i “sufficienti” al tecnico e professionale, questo il modello orientativo prevalente. Un modello che ha fatto il suo tempo. I risultati in termine di disaffezione, abbandono, riorientamento sono preoccupanti. Per non citare l’enorme problema della demografia scolastica e del suo impatto che riguarda i ragazzi non perfettamente italofoni.
Si continua a confondere la competenza linguistica con altre tipologie di competenze. E quindi a suggerire scelte orientative non coerenti alle attitudini.
La licealizzazione dei percorsi contribuirebbe a generare più equità: l’orientamento potrebbe effettivamente diventare meno rigidamente classista, sviluppare criteri di osservazione delle caratteristiche dello studente meno soggette a stereotipi, ridare soprattutto maggiore dignità all’area tecnico- professionale di cui l’Italia ha enormemente bisogno.
Liceo tradizionalmente significa anche apertura agli studi superiori, con una prospettiva per tutti di maggior respiro, verso gli studi universitari o gli ITS, quegli istituti tecnici superiori che stanno crescendo in questi anni per successo e stima.
Un cambiamento di prospettiva che potrebbe generare anche nei migliori docenti di area umanistica dei tecnici la decisione di spendere la propria professionalità nell’istruzione tecnica e professionale, senza il miraggio del passaggio ai licei, finora considerate le sole scuole di Serie A.
Ci pare dunque un’opportunità interessante di superamento della gerarchia fra i modelli di scuola superiore; si potrà cioè recuperare un principio di maggiore equità fra gli indirizzi e quindi sviluppare dinamiche e criteri orientativi più attenti agli interessi, alle caratteristiche di ciascuno studente, nella prospettiva di una didattica orientativa tesa autenticamente alla personalizzazione.
Solo un ultimo suggerimento: proprio perché anche la cultura tecnico/ professionale in questa ipotesi acquisterebbe l’assoluta pari dignità dei licei tradizionali, occorrerebbe forse trovare la strada per arricchire il piano di studi. Qualche ipotesi: l’attuale ministero ha in molte occasioni sottolineato come la scuola italiana dovesse recepire l’originalità del Made in Italy, pensando in particolare al mondo della moda e del design.
Proviamo a pensare a un Made in Italy di più ampio respiro; se si intende licealizzare il sistema, si dovrà inevitabilmente favorire anche per l’area tecnico/professionale la consapevolezza della storia, della lingua, dell’arte italiana, non per uno sciovinismo retrivo, ma proprio per una consapevolezza della dignità di una tradizione originale e ricchissima. Licei tecnici, ma anche arricchiti di competenze storiche, linguistiche e artistiche (forse anche filosofiche), senza le quali la sola tecnica risulterebbe inadeguata di fronte alle drammatiche sfide della modernità.
Lo sviluppo di queste competenze dovrebbe trovare spazio non necessariamente nel monte ore curricolare, ma almeno nel cosiddetto ampliamento dell’offerta formativa, attraverso percorsi extra-curricolari, progetti speciali, alternanza, stages, viaggi di istruzione ben organizzati. I nostri ragazzi hanno un enorme bisogno di esperienze e incontri significativi, non solo di informazioni, facilmente ma acriticamente recuperabili in Rete.





















