Fonte: Il sussidiario.net e il sito del MIM
Articolo di Fabrizio Foschi
Esame di maturità: la prima prova con il tema di italiano (ANSA 2026, Alessandro Di Marco)
Le tracce della prima prova di italiano per l’esame di maturità 2026 sono finalmente una buona scelta. E sono legate
Decisamente interessanti le tracce della prima prova di italiano per l’esame di maturità 2026. Si intonano complessivamente a una cultura della responsabilità, cui i giovani candidati sono invitati a introdursi nella circostanza oggettiva di un passaggio importante della loro vita.
Si potrebbe partire, per un giro d’orizzonte, dal testo B3 (testo argomentativo) tratto da Frank Furedi, I confini contano, 2021, che sollecita, nella sua apparente esaltazione dello status narcisistico della gioventù “sdraiata” che non vuole crescere, la critica del confine posto tra infanzia e maturità. Il tema invitava a interrogarsi sul significato dell’essere o diventare adulti e sull’alternativa da molti purtroppo praticata del preservare i privilegi dell’eterna puerilità.
Certo, i bamboccioni esistono e l’allungamento dell’adolescenza (adultescenza) è di moda nelle società consumistiche occidentali, ma guardiamoci intorno: le crisi economiche, le guerre, un certo ritorno della competitività sul lavoro spingono a superare il riflusso nel privato e a trovare ragioni di impegno pubblico. Ma in quali forme? E seguendo quali suggestioni?
Si può trovare un prima risposta (a volere mettere insieme le tracce, come stiamo facendo, per cogliervi una idea di “percorso”) nella traccia C1 (testo su tematiche di attualità) che esalta la capacità tutta umana di sorprendersi di fronte alle meraviglie del creato (“Davanti al cielo stellato sopra di me e agli occhi lucidi di mia figlia, mi sono chiesta dove sia finito il mio stupore. Dove sono le mie meraviglie?”, Wenke Husmann, Funziona a meraviglia, 2026).
Attenzione: ci si può meravigliare di fronte a tutto, anche ad una elaborazione dell’intelligenza artificiale. Ma è bello pensare che siamo umani perché capaci non solo di porci domande e sviluppare un pensiero critico, bensì soprattutto perché dotati di disposizione alla meraviglia di fronte ai fenomeni della natura e della realtà nel suo insieme.
Si tratta in effetti di un presupposto dal quale discende quella “versione adulta dell’incanto” che arricchisce il tanto temuto mondo adulto, di cui prima si diceva, di una struttura per cui il “diventare grandi” non significa assumere l’abito dello scettico ma semmai quello del creativo, dell’innovatore, del macinatore di fatiche (testo C2, Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, 2025), per i quali la gravosità di certi incarichi può magari essere non solo una condanna ma una ragione di riscatto.
Ed entriamo così in pieno nel capitolo sulla creatività con la traccia B2 (testo argomentativo) ricavata da Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue, 2008, che evoca la dimensione umana e profondamente contro-intuitiva della scienza (quella scienza che si collega alla meraviglia appena accennata e che rovescia le banali apparenze).
La scienza nasce da uno spunto per cui il genio non si accontenta di ciò che vede, non si sdraia soddisfatto sul divano dell’autocompiacenza, ma osa interpretare narrativamente ciò che vede cogliendone il filo che collega il dato alla sua origine andando controcorrente (“la scienza è una miniera di narrazioni non soltanto perché le sue vicende hanno spesso la struttura del giallo, ma anche perché le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena”).
Tale capacità creativa profondamente umana si collega alla politica e alla storia. Bene, ecco altre due tracce che in questo senso vanno a braccetto. Che cos’è in fondo la democrazia costituzionale se non un’operazione di profonda innovazione strutturale che marca uno spazio di partecipazione delle persone a fronte del ricorrente rischio dell’invasione di ideologie materialistiche o deterministiche?
La Repubblica democratica italiana, quella nata dalla Resistenza e che avrebbe trovato una configurazione definitiva nella Costituzione del ’48, è “una Repubblica dal volto umano: “la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide”. Sono parole di Giuseppe Saragat (giugno 1946) che riempiono di tante possibili riflessioni la traccia B1 (testo argomentativo).
Essa si presta anche a ripensare il rapporto dialettico tra Stato e popolo (la scelta dell’Italia fu quella di affidarsi dopo la dittatura fascista a un regime repubblicano costituzionale e non a un regime “democratico popolare” leninista), ma per ragioni di spazio occorre prescinderne in questo contesto. Non senza avere sottolineato ultimamente (ci dispiace lasciare Cesare Pavese al suo destino di innamorato incompreso: traccia A1) la notevole profondità della traccia A2 tratta da Vitaliano Brancati, I piaceri, 1964.
Si tratta di un inno alla necessità di ricordare e di conservare i ricordi (la “cura meticolosa… di ravvivare i ricordi più deboli, e continuamente distinguere quelli che minacciano di confondersi). Chi è l’uomo, verrebbe da esclamare, se non chi ricorda da dove viene e dove va! Se non ricordiamo, il mondo diviene, si afferma giustamente nel brano brancatiano, un perpetuo presente, da cui possono maturare deviazioni verso mondi immaginari nei quali rifugiarsi senza attingere alla realtà vera.
È appunto questo il rischio di generazioni intere che si affidano ai social e non vi aderiscono con responsabilità. Si torna con questo a monte: per non spiaggiarsi sul banale ritorno del sempre uguale e del sempre identico occorre avere coscienza e ricordare gli incontri decisivi che abbiamo fatto. E con questo sigillo si chiude il bel quadro delle tracce 2026. Onore una volta tanto agli estensori!
Ecco le tracce:





















