Fonte: Nuova Secondaria
Articolo di Francesco Magni, Alessandra Mazzini
Il prossimo editoriale di “Nuova Secondaria” è dedicato all’antropologia e alle implicazioni didattiche contenute nella “Magnifica humanitas” di Leone XIV
Con un completo scuro e una valigetta in mano alcuni misteriosi uomini si presentano un giorno in una città senza nome. Sono eleganti, cortesi, affabili e convincenti e, facendo leva sul valore dell’efficienza e del progresso, persuadono gli abitanti a depositare il proprio tempo in una fantomatica Cassa di Risparmio, promettendo di restituirlo più tardi, con gli interessi. Ma quel tempo non tornerà mai: si consumerà nei loro sigari grigi, mentre le persone diventeranno sempre più frettolose, aride, incapaci di ascoltare e di ascoltarsi davvero.
A leggere il capitolo quarto della recente enciclica di Papa Leone XIV Magnifica humanitas, dedicato a “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà” e, in modo particolare quei paragrafi riservati alla “centralità della scuola” (143-147), tornano alla mente le pagine del romanzo di Michael Ende, Momo, che con la delicatezza propria della fiaba raccontano il rischio che corre una società che finisce per dimenticare il valore autentico del tempo e delle relazioni umane.
È proprio questo medesimo pericolo che risuona nelle riflessioni del Pontefice sul ruolo e insieme sull’impatto che la trasformazione tecnologica e l’Intelligenza Artificiale possono avere sulla crescita integrale delle nuove generazioni e sul modo stesso di intendere la conoscenza e l’apprendimento.
Anche la scuola, infatti, si trova oggi davanti alla tentazione di confondere la rapidità con l’efficacia, la quantità delle informazioni con la conoscenza e la risposta immediata con il vero apprendimento. Ma educare significa necessariamente concedere tempo: tempo per fare domande, per sbagliare, per confrontarsi, per comprendere e, soprattutto, per costruire relazioni.
In questa prospettiva, la scuola non può ridursi a un luogo in cui accumulare competenze spendibili o a un semplice spazio di trasmissione di informazioni. Deve essere soprattutto un luogo nel quale la persona impara a pensare, a discernere, a dialogare e a riconoscere il valore di sé e dell’altro. La tecnologia può certamente aiutare questo processo, ma non può sostituire il legame educativo, l’esperienza condivisa e quel tempo lento attraverso il quale una persona matura e scopre realmente sé stessa, la propria physis, il proprio talento.
Verità ed educazione
È in questo tempo sottratto alla fretta, alle logiche del mero profitto e restituito alla relazione, che può maturare quella domanda di verità che l’Enciclica pone al cuore della missione educativa dell’istituzione scolastica.
La “ricerca condivisa della verità dei fatti” che può “fondare una comunicazione giusta” (132), la ricerca della verità come “elemento essenziale per la democrazia” (134), ma anche la ricerca della verità come compito sempre più urgente, necessario, ancorché “faticoso” (cfr. 139), a cui è chiamata la scuola, che – scrive Leone XIV – “è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona” (143).
D’altra parte, se i Signori Grigi immortalati da Ende convincevano gli abitanti della città senza nome che il tempo “risparmiato” fosse tempo guadagnato, la stessa illusione insidia oggi – avverte il Pontefice – chi scambia la velocità di una risposta per la profondità di una conoscenza, o l’accumulo di informazioni per la comprensione del vero. La verità, al contrario, non si lascia comprimere né accelerare: ha bisogno di spazio per essere cercata, messa alla prova, condivisa. È a questa verità paziente, che matura solo nel tempo dato alla relazione, che la scuola è chiamata a fare largo.
Accogliere questa istanza significa, anzitutto, riconoscere nell’istituzione scolastica il luogo stesso preposto all’educazione e alla formazione per la ricerca del vero e per il senso profondo della realtà e dell’esistenza: una visione “alta”, che sollecita ogni insegnante a tornare al cuore della propria missione educativa. Una ricerca della verità che al tempo dell’Intelligenza Artificiale è fondamentale per tutelare e dare linfa a contesti dove la democrazia non sia ridotta a mere forme e procedure, ma abbia la dignità di una visione sostanziale ancorata a principi, valori, diritto, e doveri. Dove il vero e il falso, dove la realtà fattuale e la mera finzione significhino ancora qualcosa e si possano distinguere.
L’uomo di ieri e di oggi, ma ancor più le giovani generazioni del nostro tempo – tra Deep fake, Voice cloning, Lip-sync AI, Face swap – hanno sete di quella autenticità profonda che il mondo di oggi sembra voler soffocare: ma, come Leone XIV aveva già richiamato in un’altra occasione, “l’uomo non può vivere senza verità e significati autentici” e quindi il compito di educare a sentire o a ritrovare quella voce interiore che spinge ogni uomo alla sua ricerca, “è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni”. In questa prospettiva, la verità diviene una “meta” perenne, in fondo inesauribile e la “relazione personale la via per raggiungerla” (Leone XIV, Discorso del Santo Padre Leone XIV ai partecipanti al Meeting nazionale degli insegnanti di religione cattolica, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, Aula Paolo VI, sabato 25 aprile 2026).
Una verità, infine, che nella relazione educativa può solo essere testimoniata e offerta alla libera adesione dell’altro, gratuitamente, senza pretese di possesso o di imposizione. Un’offerta che non si configura come un dono già del tutto conseguito da parte del magister, ma piuttosto come una disponibilità a ricercare insieme il vero nelle pieghe delle differenti discipline e forme del sapere.
Le tre sfide della scuola: sociopolitica, pedagogica, intellettuale e sapienziale
L’Enciclica propone poi tre sfide principali per la scuola nel nostro tempo. La prima, quella “sociopolitica” (144), invita ad ampliare le possibilità di accesso a livello globale per un’istruzione di qualità per tutti, a prescindere dalle situazioni socio-economiche di partenza. Vi è qui un forte richiamo ad una visione universalistica della scuola, pensata non come privilegio di pochi ma come diritto di ciascuno, secondo un’istanza di giustizia prima ancora che di metodo, che chiede alla scuola di farsi luogo di reale uguaglianza delle opportunità.
La seconda, definita “pedagogica” (145) mette al centro la “crescita integrale degli studenti” in rapporto all’impatto dirompente dell’Intelligenza Artificiale, invocando un profondo ripensamento non solo dei “programmi di studio pensati per un’altra epoca”, ma anche di tutto ciò che concerne “l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante”.
Un ripensamento che dovrebbe avere come obiettivo un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona e che auspica soprattutto una formazione continua e coerente dei docenti, che sappiano dialogare con le nuove tecnologie, guidando gli studenti ad un uso “responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso”.
Una siffatta formazione non potrà allora ridursi alla mera, per quanto approfondita, acquisizione di nuove e continuamente aggiornate competenze tecniche, ma chiederà, in primis ai docenti, di recuperare per sé, prima ancora che per gli studenti, proprio il valore autentico del tempo, quello al centro della storia di Momo, quello che anche dinanzi a una tecnologia che accelera i processi e rende più immediato l’accesso alle informazioni, recupera l’esperienza del “sostare”, del fermarsi, dell’arrestarsi in una posizione decentrata dalla quale, con l’intuizione del nous o il ragionamento del lógos, cogliere e cogliersi. Solo un insegnante capace di questa sosta – di quella “apnea integrale” che è concentrazione intensa più che immobilità – può a propria volta trasmetterla, restituendo agli studenti un tempo non semplicemente occupato, ma abitato.
Così, l’urgente scommessa del rapporto con l’Intelligenza Artificiale, che è al centro di tutta l’Enciclica, diviene particolarmente cruciale quando la si mette in relazione alla tematica educativa. Non solo, infatti, di fronte alle seducenti promesse tecnologiche – che parlano ancora una volta il linguaggio fintamente rassicurante dei Signori Grigi di Ende – è sempre più fondamentale recuperare il monito di Jacques Maritain di “non confondere mai i mezzi con i fini” (L’educazione al bivio, 1955), ma occorre anche predisporre il contesto istituzionale, normativo, pedagogico e didattico per prevenire rischi e tutelare i più deboli.
Sotto il profilo normativo si segnala innanzitutto l’introduzione delle nuove linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica promosse dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nel settembre 2024 che hanno vietato, anticipando per certi versi analoghe iniziative di altri Paesi, “l’utilizzo di smartphone e tablet nella scuola dell’infanzia e dello smartphone nella scuola primaria e secondaria di I grado; nelle scuole del primo ciclo di istruzione il tablet può essere utilizzato per finalità didattiche e inclusive”.
Particolarmente rilevante il caso francese che ha visto prima (21 luglio 2026) il parlamento approvare una legge contenente la prima normativa europea con la previsione esplicita del divieto di utilizzo dei social network ai minori di 15 anni, l’obbligo da parte delle piattaforme di verificare l’età degli utenti; l’estensione del divieto dell’utilizzo dello smartphone anche ai licei, con l’eccezione degli strumenti con esplicite finalità didattiche; normativa fin da subito (14 agosto 2026) bloccata dal Conseil Constitutionnel francese che, pur ritenendo condivisibile l’obiettivo della tutela dell’interesse superiore del minore, ha giudicato il provvedimento lesivo della libertà di espressione e di comunicazione in quanto carente di una ragionevole proporzionalità laddove andava a vietare l’utilizzo dei social senza tener conto dell’età del minore e del suo grado di maturità. Nei prossimi mesi è già stata annunciata una nuova proposta che dovrebbe tener conto dei rilievi dei giudici costituzionali transalpini.
Sul tema anche in Italia è stato recentemente presentato in Parlamento un disegno di legge “bipartisan” che mira a:
- “prevenire l’esposizione precoce e non appropriata dei minori ai dispositivi digitali nel periodo di età compresa tra zero e tre anni, tutelandone lo sviluppo neurocognitivo, fisico, emotivo e relazionale;
- promuovere, nelle successive fasce della minore età, un accesso graduale e consapevole all’uso dei medesimi dispositivi;
- sostenere la genitorialità mediante azioni di informazione, formazione e accompagnamento educativo”.
Il progetto di legge prevede, inoltre, l’estensione di un esplicito divieto dell’utilizzo di dispositivi digitali nei servizi educativi per l’infanzia destinati ai bambini di età compresa tra zero e tre anni, salvo specifiche esigenze di carattere sanitario o di inclusione, favorendo altresì una progettazione educativa “centrata sulla relazione, sul gioco libero, sul movimento e sullo sviluppo del linguaggio”, in linea di continuità con quanto riaffermato dalle recenti Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia.
Una sfida che, accanto ai limiti e alle doverose restrizioni, dovrà prevedere un rilancio anche nelle pratiche didattiche e nella quotidianità extrascolastica. Appare significativo a questo riguardo che lo psicologo sociale Jonathan Haidt, dopo il suo bestseller dedicato alla “generazione ansiosa” (2024) vittima dell’esposizione precoce a smartphone e social networks, abbia promosso e pubblicato una guida per bambini e adolescenti per ritornare a giocare, re-imparare a divertirsi e ad essere liberi in un mondo pieno di schermi digitali.





















