Fonte: Sussidiario.net
Articolo di Ezio Delfino

“Liberare l’educazione dall’ideologia” (Leone XIV al Meeting) è favorire, anche a scuola, la coltivazione dell’io. Serve la responsabilità di tutti
“Liberare l’educazione dall’ideologia”: è stato il richiamo, suggestivo e significativo, dell’intervento di Papa Leone al Meeting di Rimini, un’espressione che giudica gli ultimi cinquant’anni del mondo scolastico e contiene un invito per questi nostri tempi.
Come non ricordare gli slogan ideologici sbandierati anche nelle scuole negli anni della contestazione: “Studenti e operai uniti nella lotta!”, “L’immaginazione al potere!”, “La lotta continua!”. Frasi urlate nei cortei e nelle assemblee di quegli anni di contestazione: espressioni di un’ideologia che pretendeva di plasmare la società e l’educazione a immagine – ritenuta a priori l’unica plausibile – di un “nuovo mondo”.
Un’illusione che finì spesso per degenerare nello scontro e, come sue conseguenze, in pagine tragiche della nostra storia. Chi ha diretto scuole o ha insegnato in quel periodo ricorda bene quante prese di posizione dogmatiche e quante dure contrapposizioni abbiano appesantito le riunioni degli organi collegiali e delle assemblee studentesche.
Quante amarezze hanno poi, nel tempo, generato quelle matrici ideologiche in coloro che le avevano abbracciate, fino, per molti, all’esperienza di una successiva grave delusione per non essere state in grado – come promettevano – di cambiare né quel presente né l’avvenire. Un vuoto di senso ed esistenziale che ha favorito nei decenni successivi, inevitabilmente, il ripristino di uno status quo, terreno di altre forme egemoniche di pensiero non meno ideologiche.
Oggi quelle contrapposizioni violente, quei dibattiti accesi o le sbandierate accuse di autoritarismo non hanno più rappresentazioni. Un’altra forma ideologica si fa strada, strisciante, subdola, talvolta persino impalpabile, ma egualmente capace di dividere i cuori, allontanare le persone e rendere ancor più faticoso l’agire professionale, a scuola, di docenti e presidi. Una forma che ha oggi il nome di nichilismo, il non sapere più quale sia il senso del vivere, che si traduce in un “non-vivere”, nella mancanza – spesso anche negli ambienti scolastici – di implicazione reciproca, nella rinuncia alla ricerca del vero e nella percezione che non ci sia più un bene comune per cui spendersi.
Un lasciarsi vivere, un’astenersi dalla ricchezza dei rapporti e dalla provocazione che le emergenze educative pongono, una chiusura preconcetta che non dispone negli adulti al cambiamento personale e che porta a rinunciare a un fattivo contributo alla generazione di comunità scolastiche realmente “educanti”.
Se le ideologie degli anni 70 erano formalizzate e facilmente riconoscibili, questa nuova posizione di resa – non più violenta, ma non meno incidente e pervasiva – rischia di trasformare l’avventura scolastica in una grigia routine, spegnendo, nel passare degli anni, persino la ragione stessa per cui si era intrapresa una professione educativa.
I più acuti osservatori del fenomeno educativo avevano già intravisto come le sovrastrutture ideologiche – tutte! – finiscano nel tempo per snaturare l’individuo e, di fatto, asservirlo al potere. Come ricordava María Zambrano nel saggio L’uomo e il divino: “Persona è colui che – invece! – lascia intravedere, con la sua stessa vita, che un senso superiore ai fatti fa acquisire ad essi significato […] La cosa più umiliante per un essere umano è sentirsi portato, trascinato, senza possibilità di scelta”. Ed è proprio da questo meccanismo di riduzione e di resa che l’atto educativo – come preoccupazione verso di sé e verso il giovane – deve essere, invece, costantemente affrancato.
C’è un verbo nell’invito di Papa Leone che lo rende irresistibile: liberare, termine che indica un anelito, non un programma. È l’invito rivolto all’adulto che insegna, al genitore che affronta un tornante difficile con il proprio figlio, al dirigente scolastico che deve aiutare gli insegnanti a realizzare un ambito formativo.
Liberare implica coltivare quell’esperienza di sé più autentica che, pur dentro la fragilità dei rapporti e la complessità di contesti giovanili e scolastici, intuisce nei fatti e negli oggetti del “fare scuola” la presenza di una positività intravista, ne accoglie l’attrattiva e si implica per renderla sperimentabile nelle aule.
È il punto generativo dell’atto educativo che, in tempi di altrettanto spaesamento, il pedagogista e teologo Romano Guardini, in Persona e libertà, indicava con chiarezza, lontano da ogni astrattismo ideologico: “La vita viene destata e accesa solo dalla vita. La più potente ‘forza di educazione’ consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere”. Liberare l’educazione dall’ideologia significa ritrovare adulti disposti a lasciarsi interpellare dalla realtà scolastica per coglierne la ricchezza e l’opportunità per un’autentica scoperta di sé.
Riandando con la memoria al maggio parigino del ’68, torna in mente uno slogan che ne segnò la spinta di possibile autentico nuovo inizio: “De la présence, seulement de la présence”: allora come oggi, l’urgenza è quella di esserci, stare nella trincea dei mondi educativi in modo totale, vero e libero, rischiando se stessi. Come scriveva Hannah Arendt in La crisi dell’istruzione: “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumerci la responsabilità di salvarlo dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo dei giovani e dei nuovi”.
Non esiste un progetto di formazione senza adulti che se ne assumano la responsabilità in prima persona, animando l’aula con una cultura capace di tradurre la tradizione didattica in un’esperienza viva e incontrabile. Una presenza culturale di adulti che non offra tanto una proposta in termini sapienziali come somma di conoscenze, ma sia costituita da educatori che credono in ciò che dicono, mettono passione in ciò che fanno e testimoniano una coerenza ideale credibile.
Leone XIV, nella lettera apostolica Disegnare mappe di speranza, ricorda che il cammino educativo richiede di superare ogni astrattismo e ideologia per farsi, appunto, presenza viva: “Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta […]. Disegnare nuove mappe di speranza significa non rinunciare a esserci, sapendo che l’educazione è un atto di speranza e una passione che si rinnova”.
Liberare l’educazione dall’ideologia: è il contributo umano e culturale di cui c’è urgente bisogno, l’unico, ancora oggi, in grado di favorire occasioni di incontro e di speranza. E non solo a scuola.




















