Fonte: Il sussidiario.net
Articolo di Ezio Delfino
La decisione dell’Emilia-Romagna di favorire la riapertura delle scuole dal 31 agosto è una bella notizia. E non solo perché aiuta le famiglie
È recente la decisione della Regione Emilia-Romagna di favorire la riapertura delle scuole primarie in diversi Comuni già dal prossimo 31 agosto. Fino al 14 settembre – data ufficiale di inizio delle lezioni – i bambini dai 6 agli 11 anni, però, non si siederanno proprio sui banchi: in quelle due settimane per loro sono previste solo attività extrascolastiche affidate a educatori professionali esterni e operatori del terzo settore.
Non sono mancati, sull’iniziativa, sondaggi e valutazioni da parte del mondo della scuola, sia per valutare l’idea di accorciare il periodo estivo di sospensione delle lezioni – distribuendo durante l’anno diversi momenti di pausa didattica, come avviene peraltro in molti Paesi del Centro-Nord Europa (Francia, Germania, Finlandia, Olanda, ad esempio) – sia per valutare la proposta dell’Emilia-Romagna.
I sondaggi promossi dalla rivista La Tecnica della Scuola e dal sindacato ANIEF evidenziano che è circa il 70% la percentuale dei docenti contrari a “spalmare” le pause didattiche durante l’anno ed è diffusa la perplessità circa la proposta della Regione Emilia-Romagna.
Le principali ragioni delle contrarietà guardano alla situazione delle strutture scolastiche, che non risultano adeguatamente climatizzate per affrontare il caldo estivo; alla preoccupazione per l’aumento del carico burocratico necessario a gestire nuovi modelli organizzativi del tempo scuola; e, forse, al timore che debba essere sempre la scuola ad adattarsi alle esigenze emergenti, trasformandosi in una sorta di ammortizzatore sociale, con la conseguenza di una svalutazione del ruolo del docente.
C’è poi da aggiungere l’eterno scontro tra il bisogno di conciliazione vita-lavoro delle famiglie e le giuste esigenze degli operatori turistici, che temono l’accorciamento della stagione estiva.
A favore di una diversa distribuzione del calendario scolastico, che interrompa il modello della lunga pausa estiva, stanno certamente ragioni di tipo didattico: i dati OCSE e INVALSI evidenziano che una pausa estiva così lunga provoca una perdita stimata fino al 30% delle competenze acquisite durante il precedente anno scolastico, specie nelle materie di base (matematica e lingue). Alla ripresa delle lezioni, a settembre, i docenti si trovano a spendere le prime settimane di scuola quasi esclusivamente per il “restauro” di quanto dimenticato dagli alunni.
Come sottolineato dalle associazioni di mamme attiviste su La Tecnica della Scuola, arrivare a giugno dopo nove mesi di “tirata unica” intacca la concentrazione dei ragazzi. Accorciare l’estate e distribuire i break durante l’anno permetterebbe, invece, un diverso benessere cognitivo e una più adeguata rigenerazione mentale.
Esistono poi anche ragioni culturali e sociali per una ridefinizione più equa del calendario: tre mesi di vacanza non sono, infatti, uguali per tutti. I bambini di famiglie abbienti possono frequentare campus estivi, viaggiare, fare corsi di lingua o sport. I bambini delle fasce più fragili trascorrono tre mesi con meno proposte, amplificando le disuguaglianze e la dispersione scolastica implicita al rientro a scuola.
Per chi sottolinea queste ragioni, l’apertura estiva delle scuole rappresenterebbe un presidio di democrazia, senza contare che, in una società in cui entrambi i genitori lavorano, tre mesi di chiusura totale rappresentano un’anomalia che penalizza soprattutto l’occupazione femminile.
Come si vede, molte sono le distanze tra i diversi approcci al tema, che non preludono a una ricerca facile e immediata di soluzioni.
Il tempo della scuola, però, non è una semplice sequenza di giorni, di eventi, di pause. È, in realtà, un crocevia di tempi: è il tessuto con cui si intrecciano le vite degli studenti, delle famiglie, degli insegnanti, ma è anche il tempo dell’apprendimento, il tempo della crescita, il tempo della comunità che educa e istruisce e il tempo dei soggetti che in quel territorio producono, lavorano e vivono.
La gestione del tempo e del conseguente calendario annuale chiede, per questo, soprattutto ascolto e capacità di interpretazione, che sono le autentiche dimensioni culturali di chi insegna o dirige una scuola. Per costoro il tempo è quello delle visioni ed è il tempo dell’effimero; il tempo dei piani dell’offerta formativa e il tempo dell’urgenza dei bisogni delle persone. È, ancora, il tempo del chronos, quello misurabile, ma è anche il kairos, il tempo opportuno, il momento giusto per decidere e agire; ed è il tempo della soluzione rapida e, nello stesso momento, il tempo di una costruzione lenta e condivisa.
La sperimentazione dell’Emilia-Romagna, pur tra le inevitabili polemiche, ha il merito di aver scoperchiato il problema: in un contesto segnato da cambiamenti epocali, diventa imprescindibile identificare strumenti e modalità di governance che tentino almeno di rispondere alle sfide, adattando il modello organizzativo delle scuole alla gestione di realtà sempre più complesse sul piano sociale, culturale, dei bisogni degli studenti e della professionalità docente. Un altro spazio nel quale le autonomie scolastiche, in rete con le risorse educative, istituzionali e professionali del territorio, sono chiamate a essere protagoniste.





















