Pubblicato il 8 Agosto 2026.

Fonte: Il sussidiario.net

Articolo di Luca Perri

L’integrazione degli stranieri non è un’astrazione ma una possibilità disciplinata dalle norme. Il resto devono farlo il tutoraggio e l’ambiente di lavoro

Caro direttore,

entro nel merito del dibattito suscitato dal recente articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera (Parlare (davvero) di scuola, 27 luglio 2026) per raccontare la mia esperienza; senza prospettare soluzioni generali al tema o sostenere l’una o l’altra tesi, ma per segnalare una possibilità emergente.

Come piccolo imprenditore ho iniziato, ormai da alcuni anni, ad ospitare in azienda stagisti, tirocinanti e apprendisti di 1° livello, provenienti dalla formazione professionale, all’interno di percorsi educativi tesi al recupero di specifiche situazioni di criticità. Ho dato avvio alla mia carriera lavorativa da insegnante e con la stessa passione qualche anno fa ho prestato servizio come docente in un centro di formazione professionale.

Intervengo dunque per un reale interesse e non indotto da una tesi astratta sull’educazione o sulla cultura, ma per il coinvolgimento personale con i ragazzi simile a quello che avviene in molte scuole e in contesti multiculturali.

In azienda arrivano studenti per lo più stranieri provenienti da situazioni difficili (dispersione scolastica, messe in prova del tribunale, ex minori non accompagnati, giovani migranti, ecc.), pertanto occorre procedere con attenzione, a partire dall’introduzione all’ambiente di lavoro. Ho notato alcune caratteristiche ricorrenti: i ragazzi tendono ad assumere un atteggiamento di chiusura rispetto al “nostro” mondo, giustificata talvolta da una storia personale spesso grave, se non drammatica, che evidentemente si portano addosso, sviluppando talvolta modalità inadeguate nell’affrontare lo studio, il lavoro ed il rapporto con i colleghi.

È richiesta pertanto una certa inflessibilità negli obiettivi lavorativi, ma al contempo un’apertura al dialogo, per affinare le abilità tecniche necessarie a svolgere la propria mansione ma anche e soprattutto per sviluppare competenze sociali.

L’aspetto educativo implica necessariamente un percorso da proporre ai dipendenti, non sempre particolarmente propensi a sostenere il cammino professionale di chi evidentemente manifesta una fragilità (specie se di cultura ed etnia diverse) e che inevitabilmente può rappresentare una criticità e una difficoltà in più.

Si nota poi che la natura stessa del lavoro in cantiere, che richiede cooperazione e coordinamento, è come se sciogliesse, almeno in parte, la diffidenza e la distanza iniziale. Fino ad arrivare ad una certa confidenza e talvolta all’ironia benevola con cui si scherza sulle differenze religiose o etniche, che all’inizio sembravano costituire una barriera invalicabile. Per citare un esempio di reale inclusione faccio riferimento a quando in trasferta, cenando insieme, viene prestata particolare attenzione al menù (rispettando le prescrizioni islamiche). Occorre allo stesso tempo, come dicevo in apertura, essere inflessibili su certi aspetti, come ad esempio che i ragazzi stranieri utilizzino la lingua italiana anche fra di loro in cantiere, da un lato per garantire una migliore esecuzione della mansione che svolgono e dall’altro per sviluppare competenze sociali, migliorando la possibilità di dialogo e di relazione.

Spesso, prestando ascolto ad un loro interesse espresso, magari timidamente o tra mille ritrosie, si può trovare la chiave per una maggiore presa di coscienza dei loro desideri e di una soddisfazione personale più completa, che consente anche a noi altri lavoratori di apprezzare l’esito di una scommessa vincente.

Si procede, come è naturale che sia, attraverso fallimenti e frustrazioni, ma si acquisiscono migliori indicazioni operative con gli opportuni aggiustamenti. Quel che appare lampante è come la concezione di lavoro in cui sono cresciuti sia molto diversa da quella europea, e talvolta possa variare in modo sensibile, a seconda della provenienza; incidere su tale distanza non è affatto semplice e richiede molto tempo e pazienza, senza perdere mai di vista gli obiettivi da raggiungere.

La gran parte della responsabilità in una proposta del genere tra scuola e lavoro è certamente degli adulti che sono coinvolti; fondamentale risulta un confronto leale e continuo con il tutor e l’ente di formazione (ne ho sempre incontrati di coscienziosi ed attenti, tesi alla condivisione di modalità ed obiettivi comuni).

Capita spesso però che queste esperienze vengano considerate dalle aziende non come un’opportunità di crescita, ma di sfruttamento di manovalanza, seppur non specializzata, a basso (o peggio, zero) costo, laddove i livelli di compensi minimi normativamente previsti sono al limite del “vergognoso”. Questo non è solo un problema di equità sociale, è anche un fatto disfunzionale allo scopo educativo: affinché il ragazzo possa intravedere un valore nel percorso in cui è inserito è necessario che sia trattato dignitosamente anche dal punto di vista del compenso.

Il tema multiculturale può essere oggetto di riflessioni dotte o speculazioni filosofiche astratte oppure può rappresentare una sfida appassionante per chi la coglie seriamente come opportunità di confronto e di messa in atto di buone pratiche e modelli funzionali.

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