Pubblicato il 4 Settembre 2026.

Fonte: Ilsussidiario.net

Articolo di Cristiana Poggio

Intelligenza artificiale (Foto: Pixabay)

Comincia oggi a Valdobbiadene la VI edizione del Festival dell’Innovazione Scolastica. Al centro l’intelligenza artificiale: una sfida da raccogliere. Come?

Da oggi a Valdobbiadene, per il sesto anno consecutivo, si incontrano dirigenti e docenti scolastici per il Festival dell’Innovazione Scolastica, persuasi che per costruire la scuola del domani occorra innanzitutto incontrarsi, raccontarsi le esperienza più significative, i risultati raggiunti, le domande aperte. Insomma per la scuola del futuro occorre innanzitutto un noi al lavoro.

Questo è ancor più vero nell’edizione di quest’anno che ha a tema Intelligenza, intelligenze. Apprendere con l’AI: esperienze e impatti.

Quando, lo scorso anno, abbiamo scelto il titolo di questa edizione del Festival, abbiamo voluto evitare che tutto ruotasse intorno all’intelligenza artificiale. Non perché l’AI non fosse importante, ma perché non volevamo che finisse in secondo piano l’intelligenza umana.

Oggi, aprendo il Festival, questa scelta ci appare ancora più significativa. Nel frattempo Papa Leone XIV ci ha proposto, con la sua Magnifica humanitas, una riflessione proprio sul rapporto tra intelligenza artificiale e umanità. Non serve quindi aggiungere parole: serve piuttosto guardare a ciò che sta accadendo concretamente nelle nostre scuole.

È questa, in fondo, la domanda a cui hanno risposto le oltre 170 candidature arrivate da tutta Italia: come lavorano le scuole italiane con l’intelligenza artificiale? Non più se la utilizzano – ormai l’AI è entrata in moltissime classi – ma come, perché e soprattutto con quale idea di scuola e di persona. Esperienze provenienti da scuole dell’infanzia, istituti comprensivi, secondarie di primo e secondo grado, centri di formazione professionale e Its saranno presentate attraverso comunicazioni dedicate e poster, nei tre giorni del Festival.

Per raccontarlo dobbiamo partire dalla parola “innovazione”: al Festival non l’abbiamo mai intesa come sinonimo di novità. Una buona idea è creatività; inventare qualcosa che prima non c’era è invenzione. Innovazione è qualcosa di più: un cambiamento che funziona, che viene adottato e che migliora concretamente il modo di insegnare e di imparare.

La sperimentazione è il metodo, l’innovazione è il risultato. E anche l’errore ha un posto importante: raccontare un tentativo che non ha funzionato significa trasformare l’insuccesso in esperienza condivisa. Soprattutto quando si lavora con una tecnologia ancora così nuova come l’AI.

Dalle scuole italiane emerge una  fotografia interessante: l’AI non è confinata alle discipline scientifiche e non è utilizzata soltanto alle superiori. Circa metà dei progetti arriva dall’area umanistica, una parte significativa dall’educazione civica e quasi un terzo dalla scuola secondaria di primo grado.

Il  primo dato che merita attenzione è che ad oggi quando l’intelligenza artificiale entra nella scuola non risponde ad  una questione prevalentemente tecnologica, anzi.  C’è una parola che attraversa molte delle esperienze che abbiamo letto: cura. Cura degli studenti, delle loro fragilità, delle relazioni, ma anche cura degli insegnanti. Nessuna intelligenza artificiale può sostituire la formazione, il tempo, la responsabilità e la passione di chi educa.

Nelle esperienze più interessanti l’AI diventa uno strumento per creare storie, immagini, video, podcast, ambienti immersivi; per lavorare sulle emozioni e sull’inclusione; per rendere visibile ciò che gli studenti hanno immaginato. E spesso sono proprio loro i protagonisti: sperimentano gli strumenti, li mettono alla prova, ne discutono i risultati, decidono come utilizzarli, sempre sostenuti, accompagnati, sollecitati dai loro insegnanti.

Forse è proprio questa la domanda con cui si apre il Festival: non quale tecnologia vogliamo portare a scuola, ma quale scuola vogliamo costruire anche con la tecnologia.

Naturalmente, non tutto è risolto. Le scuole appaiono più abili nel progettare e sperimentare che nel misurare gli effetti delle proprie innovazioni. Sono ancora deboli la valutazione degli apprendimenti, la raccolta di dati di impatto e una riflessione sistematica sui rischi dell’AI. Anche le reti territoriali – università, imprese, biblioteche, enti – sono spesso presenti, ma non sempre diventano vera coprogettazione.

E c’è una “manutenzione” di cui si parla ancora troppo poco: quella del docente. Nessuna tecnologia può funzionare senza formazione, tempo, curiosità e cura delle persone che la utilizzano.

È forse questo il filo più interessante che lega questa edizione alla precedente, dedicata alle competenze socioemozionali. Quando l’intelligenza artificiale funziona davvero nella didattica, viaggia insieme a relazione, consapevolezza, creatività, responsabilità.

Quelle che ci verranno presentate in questi giorni non sono ricette pronte. È la comunità professionale – dirigenti, docenti, studenti – che si interroga, senza risposte predefinite. È un noi. Sono tentativi più o meno riusciti, e va benissimo così: quello che colpisce non è la solidità della risposta, ma la qualità della domanda. È una curiosità viva, non un protocollo da applicare.

È con questa consapevolezza che apriamo il Festival. Non per uscire da questi giorni con qualche informazione in più sull’intelligenza artificiale, ma con una domanda più grande: quale scuola vogliamo costruire perché i nostri ragazzi possano scoprire, insieme alla realtà, anche la propria umanità? Come possiamo ricominciare l’anno scolastico con speranza?

Per farlo serve anche la tecnologia, ma soprattutto servono  adulti responsabili, capaci di mettersi in gioco, di sbagliare, di imparare e di continuare ad accompagnare i ragazzi. Insieme. E con le bollicine del Prosecco è ancora meglio!

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