Fonte: Vita.it - Ilsussidiario.net
Articolo di Anna Spena - Salvatore Abbruzzese
Alunni stranieri, lo scrittore Eraldo Affinati: «Servono insegnanti preparati, non tetti»
Il governo vuole che la soglia del 30% massima di alunni stranieri per classe diventi legge. La premier Meloni parla di bambini italiani messi «in un angolo». Per lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, fondatore delle scuole Penny Wirton, è l’approccio sbagliato: «La propaganda politica sembra volerci far tornare indietro di trent’anni. Servono insegnanti formati e sostenuti, perché le classi eterogenee, in tutti i sensi, sono sempre state le migliori»
di Anna Spena (Vita.it)
Di definitivo non c’è ancora niente. Ma le parole pronunciate dalla premier Giorgia Meloni davanti ai giovani di Fratelli d’Italia sono state queste: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».
Ne abbiamo già parlato qui Alunni stranieri, cinque numeri per sfuggire alla propaganda e qui A scuola non si è maggioranza o minoranza. Si impara a diventare comunità. L’istruzione è un tema troppo importante, dice, e quello di Meloni e del ministro Giuseppe Valditara è «un approccio totalmente sbagliato dal punto di vista educativo».
Le parole sono dello scrittore e insegnante Eraldo Affinati, che ha insegnato per molti anni lettere alla Città dei Ragazzi di Roma, dove ha lavorato con studenti in gran parte immigrati. Con la moglie Anna Luce Lenzi ha fondato la rete di scuole gratuite di italiano per migranti Penny Wirton. Tra i suoi libri ci sono Campo del sangue, La città dei ragazzi, Elogio del ripetente e L’uomo del futuro, dedicato a don Milani.
Perché è un approccio totalmente sbagliato?
Faccio un esempio concreto: io ho insegnato in classi con molti immigrati e pochissimi italiani, due o tre. Quelle sono state per me le esperienze più belle. Non solo per me, ma anche per quei pochi ragazzi italiani presenti. Parlando con i loro compagni afghani, arabi, slavi, imparavano tantissime cose sull’Islam, sui viaggi che questi compagni avevano fatto per arrivare in Italia, sugli usi e sui costumi. E viceversa: i ragazzi immigrati venivano aiutati da quei due o tre italiani. Ricorderò sempre quando arrivava una parola difficile: gli italiani la spiegavano a chi non era italiano. Sono certo che quei quattro o cinque italiani abbiano fatto un’esperienza formativa formidabile.
E come ci posizioniamo davanti alle paure, pure legittime, di quei genitori che pensano che il percorso scolastico dei loro figli possa essere ostacolato?
Non si può andare per stereotipi. È chiaro che le classi composte quasi esclusivamente da immigrati rischiano di diventare classi ghetto: questo lo so ed è vero. Ma dobbiamo chiederci perché esistono queste classi. Perché molti genitori non vogliono iscrivere i loro figli nelle classi multietniche e così hanno creato i presupposti perché si creassero delle classi a larga maggioranza di immigrati. Esistono poi anche dei quartieri, in Italia, dove le famiglie sono quasi tutte di immigrati. Come fai a redistribuire gli alunni? Chiudi gli istituti? Chiudere molti istituti creerebbe una sorta di paralisi istituzionale dell’istruzione italiana. Non a caso già MariaStella Gelmini, da ministra, aveva anticipato un provvedimento del genere, che poi venne bloccato proprio perché ci si rese conto che era irrealizzabile, come del resto fecero notare subito i dirigenti scolastici. È impossibile anche praticamente, oltre che per il discorso educativo che ho fatto io.
Guardiamo i dati: nel 2022-2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano circa 900mila, ma il 65% di loro era nato in Italia. Non erano immigrati, erano nati qui. Ora proviamo ad andare oltre la polemica: quali potrebbero essere le soluzioni per tenere insieme tutto il sistema?
Per me molto dipende dalla formazione degli insegnanti e dalla preparazione dei consigli di classe. In Italia ci sono realtà avanzate in questo senso. Io conosco le scuole italiane: molte sanno come muoversi e, come dicevo prima, sanno utilizzare le risorse di quei ragazzi italiani. Sanno metterli in rapporto con la maggioranza dei ragazzi immigrati, creare un gruppo classe, creare sintonie e rapporti, costruire un bene comune. Possono far capire ai ragazzi che non soltanto i “deboli” hanno bisogno dei “forti”, ma anche i “forti” hanno bisogno dei “deboli”. Magari quei tre o quattro ragazzi italiani, che parlano bene italiano e sono quindi linguisticamente più forti degli altri, possono imparare dal ragazzo afghano cose che lui racconta e che li fanno maturare. Il lavoro educativo lo puoi fare benissimo anche con persone diverse. Poi, ripeto, in questo caso non esistono discorsi generali che tengano: dipende, bisogna vedere caso per caso, scuola per scuola, territorio per territorio.
Cosa non riusciamo ancora ad afferrare della questione?
Di fronte a una cosa così forte e importante come questa osmosi di popoli a cui stiamo assistendo, non possiamo agire solo a livello giuridico e amministrativo, come se scrivessi una legge e mettessi a posto tutto. Qui abbiamo di fronte una cosa talmente grossa che l’educazione, il tema dell’istruzione, è chiamato in causa prima ancora che a livello legale, a livello umano, culturale profondo, etico. Ed è questo il ragionamento che andrebbe fatto, non il discorso dei paletti, del “questi sì, questi no”, del 30% qui e del 30% là. Quello è fatto chiaramente solo per propaganda politica, per ottenere il consenso di quella parte di popolazione a cui non si vuole rinunciare, e si parla in modo grossolano a chi non conosce la realtà della scuola. Quei genitori che hanno paura, che si sentono insicuri, dovrebbero sentirsi spiegare che crescere in una classe multietnica è un vantaggio, non uno svantaggio.
La soluzione quindi è la preparazione degli insegnanti? Lei come si comportava quando insegnava in quelle classi con solo cinque bambini italiani?
Mi sentivo molto esaltato, era bellissimo. Per esempio, leggevo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e mi accorgevo che il lettore afghano dava a me, insegnante, uno sguardo diverso, nuovo, su quel racconto. Io poi lo veicolavo al ragazzo italiano, questo suo sguardo nuovo. Riuscivo così a spiegare la letteratura italiana in modo più intenso rispetto a come avrei fatto con una classe totalmente italiana, capisce? Un altro esempio: leggevo I Malavoglia di Verga e a un certo punto padron ‘Ntoni, il vecchio ‘Ntoni, si esprime con grandi proverbi, proverbi antichi italiani. Io spiegavo il significato di questi proverbi, e molti ragazzi immigrati, arabi, afghani, magrebini, mi dicevano: «Ma questi sono uguali a quelli di mio nonno! Sono gli stessi proverbi di cui parlava mio nonno». Scoprivamo così cose che ci univano piuttosto che distinguerci. Era utile per me, come docente, avere tutte queste diversità: le facevo crescere insieme nella diversità.
L’eterogeneità ci fa paura?
Eppure le classi eterogenee, composte da persone diverse, non solo maschi o femmine, ma bianchi, neri, gialli, bravi, non bravi, indisciplinati, ribelli, sono sempre state le classi migliori. Perché lì, attraverso la diversità, puoi far capire a tutti che le identità, quali che siano, non devono restare isolate, ma si devono mettere in contatto con gli altri. La tua identità la devi mettere in rapporto, la devi spendere: se te la tieni per te, questa identità, sia linguistica, religiosa o culturale, la perdi. Se invece la metti in gioco, si arricchisce. Ti avvicini a una ragazza vestita con l’abito tradizionale, con il velo, e magari sotto porta anche i jeans, e le chiedi: “Perché porti questo abito?”. “Perché vado in moschea, sono praticante”. “Ah, bello. E cosa vuoi fare nella vita?”. “Voglio fare medicina”. Mi ricordo che le chiesi: “E perché?”. “Voglio diventare neurologa”. “Perché hai scelto neurologia?” “Perché mi interessa il cervello umano”. Una risposta del genere, se la sente il compagno italiano, romano, che sta lì vicino, arricchisce lui, oltre a me che l’ho sentita, capito? I gruppi umani sono fatti di contiguità, non di separazioni. Ce lo insegna la storia, che ha dietro di sé tutta una stratificazione: non è isolata, non è spezzata. Questo dobbiamo farlo capire. La propaganda politica sembra volerci far tornare indietro di trent’anni.
Tetto agli stranieri in classe. E stop al burqa, così si aiuta l’integrazione vera
Salvatore Abbruzzese (Ilsussidario.net)
È polemica per il tetto agli stranieri in classe annunciato dalla Meloni. Ma il provvedimento era in elaborazione da tempo: l’aveva annunciato Valditara
La scuola è la principale istituzione volta all’inclusione e ad un inserimento che, prima ancora che alla professione, consente di accedere alla società come collettività morale e progetto di cittadinanza.
Per duecento mattine all’anno, otto milioni di studenti vi sono accolti per ascoltare, apprendere e condividere. Decine di migliaia di insegnanti vi gettano dentro il meglio delle loro capacità e delle loro competenze. È una vera e propria fucina della convivenza e della condivisione. Tanto più preziosa quanto più, all’esterno di questa, si moltiplicano invece i ghetti e le segmentazioni, le isole autoreferenziali e le zone esclusive.
La scuola riunisce là dove la collettività esterna separa. Qualunque politica attenta allo sviluppo della società come realtà culturale moralmente orientata non può evitare di migliorare incessantemente l’universo scolastico, proprio al fine di evitare il deteriorarsi del contesto sociale nel quale il primo confluisce. Un contesto che chi esce dalla formazione scolastica deve poter arricchire anziché esserne travolto.
La proposta del presidente del Consiglio Giorgia Meloni – già formulata dal ministro Valditara – di contingentare la presenza dei bambini stranieri nella scuola dell’obbligo, benché destinata ad incendiare, ancora una volta, gli animi e le coscienze, va compresa in questa prospettiva.
Presentata con il linguaggio delle disposizioni ministeriali ed accompagnata dalla volontà di proibire burqa e niqāb, suona apparentemente come una semplice imposizione su bambini e bambine, l’ala più fragile dell’immigrazione, situata verosimilmente nelle periferie delle città industriali del Nord.
Eppure, andando oltre quelle che possono essere delle scelte di identità politico-culturale, non c’è dubbio che decine di migliaia di bambini (e di madri) che ignorano la lingua italiana costituiscano un problema tale da giustificare un intervento. Lo stesso personale insegnante, costretto a gestire delle classi con una presenza importante di alunni che non conoscono la lingua italiana, denuncia da tempo delle difficoltà ingestibili.
Peraltro il problema della presenza non marginale di bambini stranieri nelle scuole dell’obbligo è noto da tempo. Già sedici anni fa il ministro Mariastella Gelmini aveva richiesto un’analoga misura di contenimento. Solo l’essersi dovuta limitare a suggerirla come linea-guida anziché poterla imporre sul piano legislativo, le ha impedito di poterle dare il seguito che sarebbe stato opportuno.
Il problema non risiede nel numero dei bambini immigrati in quanto tali. I dati forniti dall’ISTAT sulla presenza dei bambini stranieri nelle scuole dell’obbligo italiane mostra una crescita che, ancorché importante, non ha conosciuto negli ultimi anni un incremento particolarmente vistoso. Se tra il 2004 e il 2014 la percentuale dei bambini stranieri è passata dal valore medio del 4,2 a quello del 9,2 (più di un raddoppio), tra il 2014 ed il 2024 è salita solamente dal 9,2 all’11,6.
Le criticità risiedono piuttosto sia nell’evidente impossibilità del sistema-scuola di fare fronte ad una percentuale di bambini stranieri oltre una certa soglia, sia nell’accesso di etnie e gruppi meno disposti all’integrazione, sia infine nel venir meno delle famiglie come agenzie educative, parallelamente all’emergere di circuiti devianti incontrollati al posto dei gruppi informali di base.
In pratica, il problema dell’incremento della percentuale di alunni stranieri che non conoscono la lingua italiana si inserisce in un contesto di fragilità della scuola nel suo complesso. Se sedici anni fa era un problema, adesso è un’emergenza, tra cinque anni diventerà ingestibile.
È abbastanza evidente che il primo passo non può essere che quello di porre freno ad una scuola travolta dall’ambiente. E questo è certamente un problema sia di quantità, che riguarda il numero di quanti non conoscono la lingua italiana, sia di qualità, che concerne coloro che non riconoscono i princìpi costituzionali della legalità e della visibilità. Vietare di portare con sé oggetti offensivi e impedire di coprirsi il volto non sono i segni di un potere opprimente e dispotico, bensì i criteri base della convivenza democratica vigente nella società europea della quale l’Italia è parte integrante.
Ovviamente, accanto ai controlli ed ai divieti, occorre accompagnare tali misure con una politica dell’accoglienza esplicita, che preveda assistenza alle famiglie e sostegno didattico ai bambini. Non può esserci chiusura, per quanto legittima e necessaria, che non implichi necessariamente un’apertura altrettanto simultanea ed efficace.
Nulla impedisce che la presenza di classi con una presenza rilevante di bambini stranieri (più che benvenuti) possa beneficiare di norme transitorie che, al posto di un semplice ricollocamento non sempre agevole – non sempre infatti ci sono alternative nel quartiere e nelle estese cinture periferiche – prevedano comunque un rafforzamento delle ore di lezione di italiano, con l’intensificazione dei corsi pomeridiani per i casi più difficili.
Sono migliaia le studentesse e gli studenti universitari che, tramite contratti a tempo determinato, sarebbero lieti di impegnarsi nelle ore pomeridiane in una simile attività, piuttosto che lavorare la sera in bar e ristoranti per poter pagare gli esosi affitti degli appartamenti dove si trovano a vivere.
Chi dice che da un simile problema non potrebbe nascere un’Italia ancora migliore, dove l’inclusione non sia una banale bandiera, ma un percorso educativo nel quale impegnare anche tante energie giovanili lasciate ad aspettare? Non sarebbe la prima volta che da condizioni di emergenza scaturiscono soluzioni innovative e intelligenti.
Per non parlare della rilevanza delle quote in quanto tali. Impedire che un gruppo di bambini caratterizzati da provenienze specifiche, una volta oltre una certa soglia, non cada nella tentazione di essere un circolo autoreferenziale chiuso agli altri e quindi autoescludentesi, rende l’indicazione di stabilire un limite oltre il quale è bene non andare, una scelta di semplice buon senso.
Il problema non è l’immigrazione, bensì il lasciarla alla deriva, tollerando che si ripieghi su sé stessa, i propri circuiti, la tentazione alla propria autoreferenzialità.
Inserirla nel quadro più ampio di un territorio che non è solo un insieme di norme da rispettare, ma anche una lingua da condividere, assieme a principi costituzionali da sottoscrivere è la via migliore di accesso ad un Paese che si sceglie di abitare. Nell’interesse di tutti.




















