Pubblicato il 22 Ottobre 2026.

Fonte: Il sussidiario.net

Articolo di Nora Terzoli

Sotto gli occhi degli educatori è lentamente avvenuta una mutazione antropologica ora deflagrata con violenza. Il compito della scuola e degli adulti

Le immagini che abbiamo visto nel fine settimana in diverse città italiane, ma soprattutto a Milano, lasciano davvero attoniti. Ragazzini, in alcuni casi potremmo dire poco più che bambini, che abbassano il passamontagna o alzano lo scaldacollo e cominciano a lanciare tutto quello che trovano contro i poliziotti e contro le vetrine dei negozi, per rubare dagli scaffali beni simbolo di una nuova identità sociale.

Lascio ad altri la valutazione su come siano arrivati ad organizzarsi, sulla presenza di eventuali regie più o meno occulte. Quello che appare innegabile è che questi ragazzi non erano in piazza per rivendicare dei diritti o per chiedere delle riforme, ma erano lì mossi da una rabbia che è diventata violenza agita.

Perché, viene da chiedersi? Quali le radici di questi gesti? Certamente non è facile darsi una risposta e il rischio di cavalcare interpretazioni scontate è forte.

Tra gli adulti che si trovavano a passeggiare nel fine settimana in un centro di Milano messo a  ferro e fuoco qualcuno invoca la mano forte e la repressione, qualcun altro cerca una possibile giustificazione nella difficile congiuntura economica.

Nel tentativo di abbozzare una risposta vorrei provare ad andare oltre la domenica e arrivare al lunedì mattina, quando molti di quei ragazzi sono arrivati tra i loro banchi a scuola. Hanno trovato adulti in grado di interpellarli, di chiedere loro che cosa era successo, che cosa pensavano, quali erano state le loro reazioni?

Perché la radice della questione è questa: ci sono adulti attenti ai ragazzi, desiderosi di guardarli e di comunicare loro qualcosa per cui valga la pena vivere?

Certo non è facile sostenere conversazioni e rapporti con giovani arrabbiati, non cadere nelle provocazioni di ragazzi più che spavaldi che sembrano rifiutare ogni occasione di condivisione e di confronto, ma se la scuola non tenta di costruire tenacemente il dialogo, quale altro luogo può farlo?

In quali famiglie domenica sera, attorno a un tavolo, si è parlato dei fatti che hanno sconvolto le piazze? Quali genitori hanno provato a interagire con i figli cercando di capire i pensieri che passavano per la loro testa?

Non è buonismo pensare che i ragazzi hanno bisogno di ascolto, di essere riconosciuti, guardati da adulti che innanzitutto li accolgono per come sono e non per come li vorrebbero.

Il conflitto generazionale esiste da sempre, non è una novità del nostro tempo, ma in questa crisi d’epoca, come molti la chiamano, c’è qualcosa di più.

Il contesto è mutato ed è mutato profondamente, ce lo ricorda Mark Hunyadi in Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025): “Questa pesante evoluzione conduce a una forma di funzionalismo generalizzato: non già un funzionalismo in cui il sistema attribuisce a ciascuno la sua funzione (come nella suddivisione del lavoro, dove a ognuno viene assegnato un compito dal suo superiore), ma in cui ognuno si aspetta che il sistema ricopra la funzione che lui gli attribuisce. […]. Tale evoluzione segna una vera e propria svolta antropologica e sociale. Coinvolge e porta con sé ogni cosa, compresi i valori che stanno alla base della democrazia. Rinforza enormemente la tendenza libidica dell’individuo alla soddisfazione di sé, che da quel momento prevale su qualsiasi altra considerazione. E rinforza anche il narcisismo cognitivo, che spinge l’individuo a preferire la sua verità piuttosto che a cercarne una in maniera collaborativa. L’individuo ha ormai trovato altre comunità di fiducia, strutturate per esempio intorno agli influencer: comunità affettive formate da coloro che la pensano come lui e provano le sue stesse cose”.

Tocca agli adulti costruire luoghi e relazioni in cui i ragazzi possano essere ascoltati, accolti nei loro bisogni e accompagnati nella scoperta della vita.

Luoghi di carne, di rapporti reali, dove si possano incontrare anche reazioni contrastanti, non solo l’accondiscendenza dell’IA e dove, consapevoli del nostro essere un corpo, si comprenda che non siamo nella finzione del videogioco, ma tra persone vulnerabili.

Luoghi in cui si possa incarnare un’appartenenza e un bisogno di riconoscimento che altrimenti si affida agli influencer e all’esaltazione di una banda di coetanei con cui sfogare una rabbia, incapace di qualsiasi valutazione critica.

Senza assolvere, né giustificare la violenza a cui abbiamo assistito, agli adulti è chiesto un grande appello educativo a cui non possono più sottrarsi.

A questi ragazzi occorre anche restituire le parole per dirsi: non sanno esprimere sentimenti, non sanno dare ragione dei loro comportamenti se non ripetendo slogan, che non sono i loro.

È questa una delle grandi sfide della scuola: coltivare lo spirito critico e fornire le parole per potersi dire e per accogliere le parole dell’altro in un autentico dialogo.

“Le emozioni disturbanti, i pensieri negativi, i conflitti evolutivi e il dolore, per non diventare azione contro di sé o il prossimo, hanno bisogno di essere simbolizzati, di essere espressi in forme di comunicazioni diverse, in parola e, in special modo, nella relazione con l’altro. La violenza, in questo senso, rende visibili immediatamente, e davvero ascoltati, per sempre”.

Le parole di Matteo Lancini in Chiamami adulto (Cortina, 2025) ricordano che il vero antidoto alla violenza va cercato in una relazione educativa che nella sua paziente tessitura non tralasci la cura alla comunicazione di sé e dell’altro.

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