Fonte: Ilsussidario.net
Articolo di Paolo M. G. Maino
Il tetto agli studenti stranieri fa discutere. La risposta deve guardare non a percentuali astratte, ma ai casi di integrazione virtuosa realizzatati. Intervento del Presidente DiSAL Paolo Maino.
Caro direttore,
“la scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. La scuola prepara tutti, è aperta a tutti: così dispone l’articolo 34 della Costituzione”. Queste sono parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella lunedì ad Amatrice all’inaugurazione dell’anno scolastico nel decimo anniversario dal tragico terremoto. E sono parole per ricordare come gli articoli sulla scuola presenti nella nostra Costituzione siano diretta derivazione dell’art. 3, che indica come compito dello Stato quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” per garantire l’uguaglianza dei cittadini e “il pieno sviluppo della persona”.
Al di là della questione politica emersa, il confronto istituzionale e democratico tra Governo e Presidente ci ha fornito una chiara dimostrazione di questi princìpi: la Costituzione italiana nasce l’indomani della Seconda guerra mondiale e della vittoria sul nazifascismo per risanare ferite e fratture e porre basi solide per la costruzione di una società più giusta e libera. La Costituzione italiana è in questo senso un grande inno alla libertà e all’autodeterminazione dei singoli all’interno dell’orizzonte del bene comune.
Accogliere gli stranieri e integrarli è segno di questi valori e princìpi, oggi messi in discussione dalle tante guerre sullo scenario mondiale e dal sempre maggiore individualismo che pervade la nostra società. In questo scenario disgregato e disgregante, ma anche pieno di opportunità, è fondamentale che la scuola sia ancora un baluardo di quei valori e di quella solidarietà umana sintetizzata duemila anni fa dal poeta latino Terenzio nel suo celebre verso, Homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un uomo e nulla dell’umano mi è estraneo).
E quindi di fronte al tema dell’integrazione degli studenti stranieri come agire?
Le metriche e le percentuali sono dati da studiare e da conoscere: quante classi sono oltre il 30%, 40%, 50%, 60% e oltre di studenti di origine straniera? Quanti di questi stranieri sono di prima o seconda generazione? Quali gradi di competenze linguistiche in italiano hanno questi studenti? Quanti di essi sono ancora competenti nella loro lingua madre? Qual è il grado di conoscenza dell’italiano dei loro genitori o tutori? Che cosa ci dicono le neuroscienze sui meccanismi di apprendimento per studenti di recente o recentissima migrazione?
Le risposte a simili domande portano a dati da studiare e da interrogare ulteriormente (INVALSI può dare una mano mirata sui dati e così possono fare tante università e centri di ricerca), ma poi bisogna poter proporre modelli di integrazione efficaci, che già esistono sul territorio nazionale prima ancora di pensare ad una risposta di sistema che corre il rischio, nell’opinione pubblica, di fissarsi su un dato sostanzialmente tutto da verificare: solo le classi che hanno una percentuale al 30% di stranieri funzionano bene, altrimenti i livelli di apprendimento saranno inevitabilmente scarsi. Qual è il fondamento scientifico di questa affermazione?
Da quello che invece si può osservare, l’integrazione degli studenti stranieri, quando funziona, poggia su due elementi chiave: l’autonomia della progettazione di un curricolo flessibile e personalizzato e il coinvolgimento della comunità educante.
È un bene pensare di raccontare casi ed esperienze di questo tipo per mostrare metodi e approcci che, dall’analisi dei bisogni e del contesto, passino ad una progettazione innovativa, e validata dai dati, sia delle competenze disciplinari sia di quelle socio-emotive e civiche.
A Piacenza c’è un istituto comprensivo dove l’integrazione tra studenti stranieri e italiani avviene attorno a un linguaggio universale come la musica; in provincia di Varese ce n’è un altro dove per anni alcune maestre e volontari hanno portato avanti un progetto che sotto il titolo di Donne e minori ha promosso la possibilità per tante mamme di origine straniera di essere introdotte nella comunità scolastica apprendendo le basi della nostra lingua.
Due esempi italiani che chiamano in causa gli elementi sopracitati: progettazione, autonomia, dialogo all’interno della scuola e al suo esterno. E poi si può anche andare ad osservare altre realtà europee, come accade attraverso il programma Erasmus+. C’è una scuola a Brno (Repubblica Ceca) che ha il 70% di studenti di etnia sinti e il curricolo è plasmato attorno a questo dato di realtà per raggiungere gli obiettivi previsti in tutte le scuole, accettando la sfida dell’integrazione.
Ci auguriamo che la discussione di questi giorni, superati gli inevitabili risvolti da percentuali di voto tipici di fine legislatura, possa proseguire in confronti costruttivi che sostengano le singole autonomie scolastiche nel rispondere ai bisogni di ogni studente.




















